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Le mille vie dell’evasione

di Cristiano Dell'Oste e Antonio Iorio

Il caso di evasione più semplice è anche il più difficile da estirpare. Un pagamento in contanti – senza scontrino, ricevuta o fattura – e tanti saluti all'Iva. Per aggirare gli obblighi del Fisco, un commerciante o un lavoratore autonomo non ha bisogno di strategie raffinate. E lo Stato, per contrastarlo, non ha neppure l'arma dei controlli incrociati, dato che gli acquisti in nero non lasciano traccia nelle dichiarazioni fiscali dei clienti privati.

Dati ufficiali non ce ne sono, ma è probabile che da queste furbizie elementari derivi buona parte dell'evasione Iva italiana. Secondo le stime di PricewaterhouseCoopers, nel nostro Paese si perde circa il 22% del gettito teorico (si veda Il Sole 24 Ore del 24 agosto). È come dire che, ogni 100 euro di Iva dovuta, lo Stato ne incassa solo 88. Rapportato al periodo d'imposta 2009, significa una perdita di 28,8 miliardi per l'Erario.

Accanto a questa evasione diffusa ci sono poi le frodi più articolate, i cui esempi più noti alle cronache sono le frodi "carosello" e le indebite compensazioni. Le prime sono nate con il regime Iva sugli scambi intracomunitari che ha eliminato i controlli doganali nei trasferimenti di merci tra gli Stati dell'Unione europea. Queste irregolarità sono caratterizzate dal trasferimento spesso solo cartaceo della merce tra vari soggetti collocati in Stati differenti (da qui la denominazione di "carosello").

Di solito viene costituita una Srl intestata a un nullatenente, che effettua regolari acquisti intracomunitari di merce da un fornitore estero. Il fornitore emette una fattura non imponibile Iva, dopodiché l'acquirente italiano rivende la merce, con Iva, ad altri soggetti nazionali, tra i quali – in genere – c'è anche l'ideatore della frode. A questo punto, dato che l'imposta è puntualmente indicata in fattura, i soggetti acquirenti nazionali effettuano la detrazione Iva, mentre il primo soggetto (quello che ha acquistato i beni dall'estero) non la versa all'Erario.

Spesso la merce viene inviata dal fornitore estero direttamente alle imprese italiane senza passare dal primo acquirente (la Srl del nullatenente). In questo modo, l'ideatore della frode riesce a detrarre l'imposta e a vendere la merce a prezzi fortemente competitivi.

Una variante frequente alla frode carosello riguarda l'ipotesi opposta: l'impresa italiana, questa volta, non acquista da un soggetto Ue, ma vende merce in ambito comunitario e quindi emette fattura senza Iva (non imponibile). In realtà, in questi casi, la merce non esce dal territorio italiano, anche se la fattura è intestata a un'impresa estera realmente esistente, e quindi viene venduta in totale evasione di imposta.

A volte succede anche che finti rappresentanti di imprese europee chiedano a un fornitore italiano, in perfetta buona fede, di poter acquistare della merce per la propria impresa estera, con la non imponibilità Iva. In realtà quella merce non andrà mai all'estero, ma sarà venduta in Italia in regime di evasione d'imposta.

L'altra via dell'evasione è l'indebita compensazione, che può essere effettuata in via autonoma dal contribuente, anche senza coinvolgere soggetti esteri. Basta crearsi contabilmente un credito d'imposta, registrando maggiore Iva a credito inesistente, che sarà utilizzata poi per compensare (e quindi non versare) quanto dovuto.

In alcuni casi vengono registrate fatture oggettivamente false emesse da fornitori compiacenti o da soggetti, che, non avendo alcuna struttura, hanno il solo scopo di emettere documenti, le cosiddette "cartiere", proprio per consentire la creazione di crediti inesistenti.

Di fronte a queste diverse tecniche di evasione, l'obiettivo del Fisco è sempre lo stesso: ridurre quello che tecnicamente si chiama Vat gap, cioè la differenza tra gettito teorico e quello reale della value added tax (l'Iva).

La Corte dei conti, nel Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, rileva una progressiva riduzione del Vat gap negli ultimi anni, e la ricollega alla riduzione dei crediti d'imposta tra il 2007 e il 2009. Un fenomeno su cui hanno pesato almeno tre elementi diversi: la crisi economica, con il calo degli acquisti più forte delle vendite e la riduzione delle scorte delle imprese; la stretta sulle compensazioni, iniziata nel 2010; i controlli mirati nei confronti dei soggetti che hanno dichiarato un credito Iva in dichiarazione.

Periodicamente, per combattere l'evasione c'è anche chi invoca il contrasto d'interessi tra clienti e fornitori. L'espediente è valido soprattutto contro le forme più semplici di infedeltà fiscale, perché induce i clienti a pretendere la fattura (è quello che succede, ad esempio, con le detrazioni del 36% e del 55% in edilizia). Ma, ogni volta che si ipotizza un'estensione di questo strumento, tornano i timori di una contrazione del gettito. L'alternativa, allora, resta quella di sempre (facile e difficile al tempo stesso): controlli e sanzioni.

 

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