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Le mille barriere dell’impresa globale

di Micaela Cappellini

L'Unione europea è il più grande blocco commerciale del mondo, ma entro il 2015 il 90% della crescita degli scambi avverrà nei Paesi extra-Ue. Ecco perché sono importanti gli accordi di libero scambio. Ed ecco anche perché la Commissione europea è in prima linea nella lotta contro le barriere al commercio, tariffarie (i dazi) e non. Perché la maggior parte degli ostacoli che le nostre aziende devono affrontare sui mercati globali, avverte Bruxelles, non sono legate ai costi diretti, ma a quelli indiretti della burocrazia, delle dogane, dei certificati di accompagnamento dei beni, degli standard non riconosciuti.

A sostenerlo è la stessa Commissione nel suo primo report dedicato alle barriere commerciali, dove Paese per Paese segnala i balzelli più odiati. Il tema dei dazi vessatori – il più additato dagli imprenditori, quando si scambia quattro chiacchiere con loro sul tema esportazioni – certo non manca. Tra i peggiori c'è quello sull'export di soia dell'Argentina: 35% di dazio, cui vanno aggiunte anche le lungaggini di registro alle frontiere. L'Australia alza le tasse quanto si tratta di auto di lusso. La Nigeria, invece, a partire dall'anno scorso ha introdotto balzelli speciali che possono arrivare fino al 100% su una lunga serie di prodotti. Mentre la Cina carica sia di dazi sia di quote sull'esportazione di materie prime e di terre rare: un problema di non poco conto per l'Europa, che da Pechino importa oltre il 60% di tutto il suo fabbisogno di minerali preziosi.

Accanto ai rincari diretti, si è detto, ci sono però quelli indiretti. Sempre in Argentina, per esempio, su tutta una serie di prodotti importati le licenze non sono automatiche: un vincolo, questo, che alle imprese europee costa circa 45 milioni di euro all'anno. Nella lista c'è un po' di tutto, dai capi d'abbigliamento alle scarpe da tennis, dai giocattoli agli pneumatici, dagli ascensori ai macchinari agricoli. In India – altro mercato dove i dazi pesano parecchio sulle spalle degli imprenditori – per proteggere le aziende domestiche del comparto tlc, le tecnologie importate devono sottostare a un lungo elenco di clausole, non ultima quella dell'impiego di ingegneri indiani nella loro produzione. In Russia i controlli sanitari per chi esporta prodotti agricoli sono ai limiti del vessatorio, perché non coincidono con nessuno standard internazionale in vigore e non sembrano nemmeno supportati da evidenze scientifiche.

A rendere l'export europeo una corsa a ostacoli non sono però solo i paesi emergenti. Negli Stati Uniti, per esempio, andrà a regime dal 1° luglio 2012 lo scanning del 100% dei container in ingresso nei porti a stelle e strisce. La misura nasce come antiterrorismo, il risultato sarà un complesso rallentamento delle procedure per sdoganare le merci. In Giappone gli standard internazionali per gli apparecchi medicali non vengono riconosciuti e pertanto l'ingresso dei prodotti made in Ue – che questi standard rispettano – non è automatico. Un vero peccato, dati i tassi di crescita del mercato nipponico in questo campo, per via dell'invecchiamento della popolazione. Difficile, infine, l'esportazione del formaggio in Canada, assai selettivo sulla lista degli ingredienti che lo compongono.

Dazi, regolamenti. Ma anche divieti assoluti all'ingresso: vale per i prodotti di origine suina, banditi dal Sudafrica, o per gli alcolici, fermati alle frontiere dalla Thailandia. Passi avanti sono stati fatti invece nell'ultimo anno dall'Indonesia, che ha allentato la morsa sul divieto d'importazione di medicinali e carne di maiale, ed è diventata più morbida sulle certificazioni che accompagnano i prodotti non halal, che cioè non rispettano i dettami della religione islamica.

È il risultato, questo, della capacità di mediazione della Commissione Ue, che sta lavorando anche a nuovi accordi di libero scambio: con l'India, con la Malaysia, con Singapore, con i Paesi sudamericani del Mercosur. E mentre il trattato con la Corea del Sud è pronto a entare in vigore a partire da luglio, Bruxelles pensa a come riuscire ad aprire le trattative con un altro mercato strategico, quello del Vietnam.

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