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«Le mie tre condizioni per crescere Stile trasparente, non siamo corsari»

Carlo Messina sale sul palco dell’auditorium del grattacielo di Torino per l’intervento di chiusura della celebrazione dei 10 anni di Intesa Sanpaolo, parla a braccio per 25 minuti saldando passato e futuro della banca nella quale è salito fino al gradino più alto, e non delude le attese su Generali. L’offerta, l’operazione «esogena», ci sarà «solo» se saranno soddisfatte condizioni «irrinunciabili». La preservazione della forza patrimoniale e «la capacità di remunerazione degli azionisti» della prima banca italiana e il giusto prezzo per il Leone di Trieste, il leader delle assicurazioni, custode di risorse finanziarie delle quali si vorrebbe impedire, tra le altre cose, l’uscita dai confini nazionali. «Mi fa ridere quando si parla di difesa dell’italianità e lo si fa in francese, quando parlo dell’Italia io lo faccio in italiano», attacca l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo riferendosi ai manager d’Oltralpe in Italia. A Jean Pierre Mustier a capo di Unicredit, il primo socio di Mediobanca, a sua volta primo azionista di Generali con il 13%. E all’amministratore delegato di quest’ultima, l’ex manager di Axa, Philippe Donnet.

Introducendo il tema «assicurazioni», Messina fa una lunga pausa e raccoglie il battimani della sala dove siedono in 400, tra cui la gran parte del consiglio di amministrazione presieduto da Gian Maria Gros-Pietro, e i due fondatori della banca nata dalla fusione Milano-Torino, Giovanni Bazoli ed Enrico Salza. Il presidente emerito e l’ex numero uno del Sanpaolo hanno appena ricostruito in una doppia intervista la storia che portò alla nascita della superbanca nel 2007 e lo spirito europeista che già animava i primi passi di quella aggregazione. «Una fusione perfettamente riuscita», riconosce anche la sindaca 5 stelle Chiara Appendino nel suo ampio (e apprezzato) intervento. Nelle citazioni Messina, ringrazia anche l’ex capo azienda Corrado Passera e si schiera con le Fondazioni socie, gli azionisti stabili che hanno accompagnato la storia di Intesa Sanpaolo. «Non sarò politicamente corretto, ma trovo stupido che debbano scendere nel capitale delle banche, è anche grazie a loro se siamo arrivati qui».

Con il risparmio gestito e il private equity, la previdenza è il settore che dunque potrebbe proiettare la banca nel nuovo salto dimensionale del nuovo decennio. Se è vero, come spiega, che «ha senso combinare» il business assicurativo con una rete come quella di Intesa. Ma, primo, è bene non far correre troppo l’immaginazione su «guerre stellari tra competitor di dimensioni in realtà assai diverse». Secondo, «non dovrà diminuire la forza patrimoniale: piuttosto non facciamo l’operazione». Quanto alle attese degli azionisti, che hanno ricevuto tre miliardi nel 2016 e ne potrebbero ricevere quattro nel 2017, «noi paghiamo dividendi importanti, siamo un’azienda che ha prospettiva di crescita reddituale». Chiarisce infine Messina: «Siamo in una fase di analisi di diverse alternative. Ci prendiamo il tempo necessario per fare le nostre valutazioni».

L’accelerazione su Generali «nasce da una fuga di notizie, che riguarda una serie di analisi strategiche che stiamo facendo: abbiamo deciso di renderlo esplicito perché siamo un’azienda trasparente – chiude tra gli applausi ringraziando i 90 mila dipendenti del gruppo -. Non siamo quelli che fanno operazioni da corsari, sono cose di 30 anni fa».

Paola Pica

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