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Le medie italiane resistono allo shock da virus

Sono 3.500 e sono la punta di diamante dell’industria manifatturiera italiana. Medie aziende con 50-500 addetti che rappresentano il 20% del valore aggiunto di tutta la manifattura, che sono più produttive delle aziende analoghe di altri Paesi e non si sono perse d’animo con il dilagare del virus. Quelle con 50-250 addetti, in particolare, vantano una produttività addirittura superiore del 29% alla produttività delle cugine tedesche. È confortante l’immagine che emerge di questa categoria di imprese dai dati e da sondaggi recentissimi presentati da Mediobanca alla Mid Cap Conference, giunta alla terza edizione. Sono aziende che, tutte insieme, muovono 171 miliardi di giro d’affari e contano 515mila dipendenti, sono aperte all’export che genera il 44,3% del loro fatturato. Aziende dinamiche, cresciute nell’ultimo decennio al passo del 4,3% all’anno (con l’export salito del 6,3%), che hanno aumentato l’occupazione dell’1,7%.

Persino nel 2020, un anno funestato dalla minaccia sanitaria, le medie imprese hanno dimostrato di essere coriacee. Nonostante più di un terzo abbia dovuto interrompere la propria attività nel corso dell’anno e un altro terzo abbia dovuto lavorare a capacità dimezzata, il fatturato realizzato lo scorso anno – secondo le stime tratte da un sondaggio realizzato in autunno da Mediobanca in collaborazione con Cineas (Politecnico di Milano) – dovrebbe essere stato “solo” dell’11% inferiore a quello dell’anno precedente: nei primi nove mesi le blue chip manifatturiere di Piazza Affari, per avere un termine di paragone, hanno perso quasi un quinto del loro fatturato. E, nonostante il 60% abbia subito ritardi nei pagamenti e il 31% abbia dovuto far fronte a discontinuità nelle forniture, solo il 15% è incappato in crisi di liquidità. La capacità di reazione delle aziende di taglia media è dimostrata anche dall’ottimismo col quale guardano al futuro: più della metà, il 55%, ha confermato i piani di investimento definiti in precedenza, il 4% si è deciso addirittura ad ampliarli, mentre il 38% li ha dovuti ridurre, ma solo meno del 3% li ha cancellati del tutto. E, ancora, c’è chi nella crisi ha intravisto l’opportunità di realizzare acquisizioni (il 16%) o di rilanciarsi con il rinnovo della linea manageriale (un altro 16%).

Tutto bene dunque? In realtà gli ingredienti del successo del modello italiano sono anche il suo limite. Queste aziende prosperano nella dimensione familiare, che esalta il genio imprenditoriale, ma fanno fatica a distaccarsene per crescere. Non c’è distinzione tra proprietà e management in quasi i tre quarti dei casi, mentre in Francia l’azienda è retta da esponenti della famiglia proprietaria nel 41,4% dei casi, in Germania nel 38,1% e nel Regno unito nel 31,3%. Di riflesso non prevalgono forme di remunerazione del management commisurate alle performance, fenomeno raro che in Italia si riscontra solo nel 16,4% delle aziende familiari contro per esempio il 45% della Francia o il 49% della Germania. In oltre il 70% dei casi i componenti della famiglia occupano più dei tre quarti delle posizioni del board e nell’85% dei casi sono comunque in maggioranza. Preponderante il peso nei board delle figure con deleghe operative: il 59% contro il 28% delle società industriali quotate. E età media più alta sia nel consiglio in generale (58 anni contro 55), sia nelle figure apicali (66 anni contro 58 il presidente, 63 anni contro 57 l’ad). Dov’è il problema? Che quando si salta di dimensione – si vede già di 250 addetti in su – la produttività in termini relativi torna inferiore a quella di analoghe realtà di mercati vicini.

La sfida ora è crescere, aprendosi alla cultura del mercato, ma conservando le doti che hanno garantito il successo della media impresa. Qualcosa a riguardo si sta muovendo se, come risulta dal sondaggio, il 14% delle aziende consultate si dichiara ora disponibile a valutare l’ingresso nel proprio capitale di soci industriali o finanziari, o addirittura a cedere l’azienda. L’importante è che l’ottica non sia rinunciataria, bensì improntata a fare emergere il potenziale ancora inespresso.

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