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Le liti tributarie si salvano dal filtro in appello

Liti tributarie salve dal filtro in appello. Lo scoglio dell’inammissibilità, posto dal decreto crescita (83/2012), per cui solo le impugnazioni destinate a vincere vanno avanti, non si applica al contenzioso delle commissioni tributarie.

È questa una novità in materia di giustizia del testo del decreto come emendato in corso di conversione, che sferra un duro colpo agli appelli civili e calmiera i risarcimenti per processi lumaca (modificando l’impianto della legge 89/2001 o legge Pinto).

Vediamo le novità punto per punto.

Quanto all’appello civile il decreto punta a ridurre drasticamente il numero, inserendo un filtro preliminare alla trattazione del merito. Preventivamente la corte di appello deve valutare se ci sono probabilità di vittoria e in caso negativo si blocca tutto. Al mancato appellante rimane solo la cassazione, che però non giudica mai sul fatto, ma solo sull’applicazione del diritto. Insomma si tende a abbandonare i tre gradi di giudizio per abbracciare un sistema a due gradi (un merito e la cassazione) come regola e i tre gradi come eccezione (due di merito e uno di legittimità).

Per lo meno sulla ammissibilità dell’appello gli avvocati sono chiamati a dire il punto di vista dei loro assistiti: con un emendamento, infatti, è stato disposto che il giudice debba sentire le parti.

Per lo meno chi ha interesse all’appello potrà sostenere le proprie ragioni. È prevedibile che questo significhi l’introduzione di una udienza filtro, dedicata all’esame preliminare e conseguentemente a sfoltire il carico dei processi.

Così se si ritiene che l’appello non abbia ragionevoli probabilità di essere accolto, il giudice dichiara l’inammissibilità, alla prima udienza di trattazione, con ordinanza succintamente motivata. Nell’ordinanza il giudice si pronuncerà anche sulle spese di giudizio.

Nel caso di appello ammissibile, si procede alla trattazione, senza adottare alcun provvedimento. L’ordinanza di inammissibilità potrà essere pronunciata soltanto quando tutte le impugnazioni, principali e incidentali non tardive, non hanno ragionevoli probabilità di essere accolte.

Altre novità relative all’appello introdotte in corso di causa riguardano limitazioni alla possibilità di portare nuovi documenti in appello: l’impugnazione ha superato l’ostacolo iniziale e l’appellante o l’appellato hanno l’esigenza di presentare un documento a sostegno delle proprie tesi. Con le modifiche lo potranno fare solo dimostrano di non averlo potuto fare prima, e in nessun altra ipotesi (neppure se il giudice lo ritiene indispensabile).

Ancora una novità che impone un formalismo (insomma un ostacolo nella corsa del processo d’appello): l’atto iniziale deve indicare puntigliosamente i passi della sentenza criticata (a pena di inammissibilità); scrivere male l’atto significa perdere la causa. Dunque gli avvocati facciano molta attenzione.

Se l’appello salta, rimane la possibilità della cassazione: una magra consolazione, visto che la cassazione non valuta i fatti. Per lo meno alla camera, con un emendamento, è stata tolta la regola della coincidenza di motivi di appello (ritenuto inammissibile) e del ricorso in cassazione.

Sulla cassazione, inoltre, il decreto legge interviene sui motivi di ricorso precisando che si può impugnare in caso di «omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio», ma solo se «è stato oggetto di discussione tra le parti».

Il rito tributario è fuori dal campo di applicazione del filtro in appello: sia lo stato sia il contribuente non devono temere cavilli processuali.

Lo stesso vale per il rito civile sommario di cognizione: la maggiore velocità del primo grado viene ricompensata con le porte aperte dell’appello.

Legge Pinto

Gli indennizzi da processi lumaca vengono calmierati nell’importo e trovano una nuova disciplina quanto a procedimento (diventano simili a un decreto ingiuntivo) e a presupposti (il calendario dei gradi di giudizio si articola in tre anni per il primo grado, due per l’appello e uno per cassazione).

Quanto ai tempi, se non si percorrono tutti i tre gradi di giudizio, si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni.

Ma soprattutto l’interessato deve avere evitato strategie processuali finalizzate a tirarla in lungo. Se ha abusato dei tempi processuali, se ha rifiutato una conciliazione onorevole, se ha iniziato una lite temeraria o ha resistito temerariamente e se non ha presentato un sollecito per il processo penale, allora l’interessato perde il diritto all’equa riparazione.

Quanto alle cifre il decreto prevede che il giudice liquidi, a titolo di equa riparazione, una somma di denaro, non inferiore a 500 euro e non superiore a 1.500 euro, per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo.

E per il procedimento si cerca di evitare che il processo per l’indennizzo da processi eccessivamente lungo diventi a sua volta un processo lumaca: ci si rivolge alla corte di appello e un magistrato, se del caso, accoglie con decreto la richiesta, contro cui l’amministrazione in una seconda eventuale fase può presentare opposizione.

Attenzione a non barare: il giudice, quando la domanda per equa riparazione è dichiarata inammissibile o manifestamente infondata, può condannare il ricorrente al pagamento di una somma non inferiore a 1.000 euro e non superiore a 10 mila euro.

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