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Le imprese sull’orlo di una crisi di pagamenti

Prima erano solo scricchiolii. Poi sono diventati piccoli cedimenti e adesso sono chiari segnali di crollo. Le piccole e medie imprese italiane sono allo stremo. Più della metà delle aziende italiane è a rischio solvibilità e a certificarlo è Cribis D&B, società del gruppo Crif specializzata nella business information. Secondo le rilevazioni di Cribis a fine dicembre 2012 l’11,26% delle imprese italiane presentava un’alta rischiosità di generare insoluti commerciali nei confronti dei propri fornitori nei 12 mesi successivi, mentre un altro 45,89% si caratterizzava per una rischiosità media.
La forbice
«Sono segnali gravi e sempre più frequenti — osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis —. Questo è un paese che ha perso 116 miliardi di Pil durante i cinque anni di una crisi che non accenna a finire e che è già durata più di quella del ’29. Una situazione che spacca in due il sistema produttivo: si allarga la forbice tra chi va bene e chi non tiene più il passo. Le aziende manifatturiere hanno la possibilità di un secondo motore rappresentato dall’export: chi ci riesce, rimane competitivo, tutti gli altri rischiano di chiudere».
Eppure i più grandi gruppi bancari del paese da qualche tempo fanno a gara per dichiarare la loro disponibilità a finanziare anche le piccole e medie imprese. Possibile che questa nuova (dichiarata) disponibilità all’accesso al credito non basti a sanare il rischio di solvibilità delle imprese? «Le banche da sole non possono dare la svolta — osserva Roma — anche perché loro stesse stanno vivendo una fase di forte sofferenza. Credo che il vero nodo sia il ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione. Servono provvedimenti speciali per sbloccare il pregresso. Per il futuro c’è la norma dei pagamenti sprint che dovrebbe garantire meglio, ma il debito accumulato fin qui non si può più ignorare. Anche l’Europa dovrebbe prendere atto che senza un’iniezione di liquidità la nostra economia è destinata ad avvitarsi e aprirebbe scenari pericolosi per tutta l’Unione. Le politiche di puro rigore non bastano più. Senza una svolta si rischia grosso».
Chi rischia
Per avere un’immagine chiara del pericolo basta tornare all’analisi di Cribis che individua nel commercio all’ingrosso il settore con la più alta rischiosità commerciale (19,35% del totale, ben sopra la media), seguito dall’industria estrattiva (17,09%) e dai trasporti (14,20%). Per quanto riguarda i comparti a bassa rischiosità, invece, la miglior performance è quella del settore dei servizi finanziari, con una quota del 20,36% di imprese potenzialmente più affidabili, seguito dal dall’agricoltura.
«I dati che abbiamo rilevato a fine 2012 confermano l’impressione generale di un contesto economico tendenzialmente più rischioso e più “fluido”, cioè maggiormente caratterizzato da cambiamenti repentini, sia a livello di controparti, clienti e fornitori, sia a livello di andamento di mercato — afferma Marco Preti, amministratore delegato di Cribis D&B —. Basti pensare che nel 2012, un insoluto grave su quattro è arrivato da clienti con un’anzianità superiore ai 5 anni, quindi da clienti storici che si pensava di conoscere bene. Le imprese stanno reagendo a questa delicata situazione nell’unico modo possibile, cioè investendo in nuove procedure di gestione del portafoglio clienti, nuove politiche commerciali per la definizione dei termini di pagamento e nuovi strumenti per acquisire tempestivamente le informazioni e per la gestione dei crediti insoluti. Interventi non a costo zero, ma che renderanno le aziende più forti». Mucchietti di sabbia per alzare gli argini. Aspettando che, prima o poi, la piena passi.

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