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«Le imprese stanno tornando a investire Ma lo spread è una febbre che consuma»

«Vedo almeno cinque o sei imprenditori alla settimana. E da anni non mi accadeva di percepire un umore positivo. Senza illusioni, ma concreto…». Ci sono ancora molti scatoloni da sistemare nel grattacielo dell’Unicredit di piazza Gae Aulenti dove la banca ha appena traslocato. Federico Ghizzoni è stato nominato tre anni fa. Stanza al ventottesimo piano, con vista su Milano. «Venivo nominato proprio oggi, questo palazzo è la prova che crediamo nel cambiamento. Non mi aspettavo una reazione così positiva da parte dei dipendenti. Segno che intorno a progetti nuovi le persone sono disposte a rimettersi in gioco…».
Imprenditori che ricominciano a investire, nonostante la situazione politica…
«Ci sono, ci sono. Ma una situazione di instabilità ha almeno due conseguenze negative su cui bisognerebbe riflettere: gli imprenditori rischiano di rinviare le decisioni di investimento di almeno sei mesi e molte imprese, pur competitive e redditizie, meditano la possibile strada della delocalizzazione. Lasciare in Italia il quartier generale e avere all’estero gli impianti. Per restare competitive».
Eppure la crisi di governo sembra sempre più ingarbugliata?
«Un peccato. L’Italia stava cominciando a riagganciare la ripresa. Anche il costo del credito stava scendendo…».
E ora lo spread, il differenziale tra i tassi italiani e tedeschi, è oltre 260 punti…
«Sullo spread sta accadendo un fenomeno strano. Vivere a quota 500, come è accaduto nel 2001, è impossibile.ma anche con lo spread a 250/300 non è sostenibile a lungo. Quel livello di spread ti erode, come la febbre. E le imprese pagano i debiti più dei loro concorrenti tedeschi».
Quale sarebbe il livello sostenibile?
«Per l’Italia sarebbe quota 100-150. Oggi un‘azienda tedesca si finanza a medio termine a quota 50, una concorrente italiana paga tra 200 e 300. Insostenibile».
Anche le banche hanno qualche responsabilità…
«Nella prima fase della crisi avevamo poco capitale e la stretta del credito c’è stata. Ma ora il quadro è cambiato. Prenda, ad esempio, settori come il distretto della ceramica, che investe in ricerca e sviluppo il 6% rispetto a una media nazionale dell’1% e dove ci sono aziende che crescono anche del 10%. Dobbiamo finanziare le imprese che crescono. E sono molte. Ma lo ripeto: l’instabilità politica ha conseguenze immediate: negli ultimi anni gli investimenti sono scesi del 27%».
E le altre imprese, quelle più fragili?
«Credo che il sistema si stia polarizzando: da un lato le aziende che usciranno, anzi stanno uscendo dalla crisi, saranno più forti. L’identikit? Ha pochi debiti, offre buoni prodotti ed è cresciuta all’estero. Gli altri dovranno aggregarsi se vogliono resistere».
Oppure finire all’estero, come sta per accadere a Telecom e Alitalia?
«Per le telecomunicazioni i fenomeni sono generali: negli Stati Uniti ci sono 4-5 operatori. In Europa sono più di 20: occorre gestire il consolidamento, non subirlo».
Ma Telefonica sarà il primo azionista?
«Mi sembra positivo l’arrivo di investitori internazionali purché focalizzati sul business. D’altra parte quello che non funziona più è il cosiddetto modello dei salotti, dove si realizzano cordate nelle quali ognuno segue obiettivi diversi e non si è concentrati sul core business.».
Come in Alitalia?
«Io dico che le cordate sono operazioni complicate».
C’è il dossier Ilva, ad esempio?
«Mi chiedo che cosa accadrà dopo il commissariamento. Il gruppo ha ottime potenzialità, vedrei molo positivamente un gruppo di imprenditori italiani con un bel progetto».
Si sta candidando?
«Le banche devono sempre di più avere un ruolo di advisor. Noi abbiamo fatto assunzioni nel merger & acquisition perché molti imprenditori, anche di piccole e medie dimensioni, sono interessati a progetti di acquisizioni».
Unicredit è il primo socio di Mediobanca…
«Siamo azionist i strategici e industriali. Spesso lavoriamo su dossier insieme, in molte operazioni. Ma da qui ad andare oltre ce ne corre.».
Scenari di consolidamento tra banche?
«Non in quella direzione. Credo che ci saranno soprattutto tra gli istituti di medio-piccoli perché servono dimensioni capaci di sostenere ingenti investimenti tecnologici ormai obbligati ».
La banca digitale, i telefonini, internet, le filiali virtuali…
«Diciamo che entro il 2015 Unicredit sarà una banca quasi completamente digitalizzata. Sarà possibile accedere ai servizi da canali diversi e integrati, realizzando da remoto tutte le operazioni. Nelle filiali il cliente andrà per ottenere le consulenze di cui sente il bisogno».
Ma c’è chi parla di una nuova siderurgia, di 19 mila bancari di troppo?
«Credo che il mestiere cambierà profondamente. Non necessariamente tagli, ma un lavoro molto diverso»
Con il grattacielo Unicredit risparmierete circa 25 milioni all’anno rispetto alle 26 sedi precedenti. Non è poco.
«E’ importante, ci sono 4 mila dipendenti che hanno traslocato, ma non è solo questo. Questo palazzo di vetro è il simbolo del fatto che crediamo nell’Italia. Abbiamo scelto la strada che va oltre il breve termine. Ci piacerebbe vedere tanti altri imprenditori su questo fronte. L’anno prossimo, solo nell’hi tech, impegneremo 150 milioni in più rispetto al 2013. Un bel segno di fiducia».
E all’estero?
«Gli analisti ogni tanto ci chiedono di vendere qualcosa: la Polonia, l’Ungheria. Ma vendere funziona nel breve termine. E io non ho mai ragionato così. Noi vogliamo creare valore per tutti, con un modello di crescita sostenibile nel tempo».
Nicola Saldutti

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