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Le imprese restano piccole ecco perché l’Italia non cresce

L’occupazione è tornata ai livelli di dieci fa, prima che scoppiasse la più lunga recessione dal Dopoguerra. Le esportazioni hanno ripreso a marciare, tanto da fare concorrenza anche al colosso tedesco. In alcune aree del Nord, i redditi pro- capite sono al livello delle regioni più avanzate d’Europa. Eppure, l’Italia rimane in fondo alla classifica che – all’atto pratico – conta più di tutte: siamo ultimi per livelli di produttività (+ 0,14% all’anno negli ultimi sette, fanalino di coda dei paesi Ocse). Questo significa che la nuova occupazione, che pure è stata creata, riguarda profili bassi, per i quali contano molto meno competenze e preparazione scolastica. Un tipo di impiego che si accompagna – inevitabilmente – a stipendi sotto la media. Ecco perchè, oltre alla produttività, fanno fatica a crescere anche i redditi.
Scrivendo per Repubblica, Enrico Moretti – docente di economia all’università californiana di Berkeley – per spiegare questa Italia a due velocità individua il responsabile principale nella scarsa propensione delle aziende a investire in ricerca e sviluppo. «Le imprese – ha sottolineato – continuano a usare tecnologie tradizionali per produrre beni o servizi tradizionali, quindi esposti alla concorrenza di paesi a basso reddito come la Cina e l’Est Europa » . E lamenta il fatto che anche nella manovra appena varata, il governo Conte non abbia agito in modo da sostenere le imprese nell’adeguarsi alle nuove tecnologie. In particolare, per aiutare la parte più debole che contribuisce ad abbassare drammaticamente la medie nazionali della produttività, intesa come valore aggiunto per ora lavorata.
« È evidente come ci si trovi di fronte almeno a due Italie » , spiega Alfonso Fuggetta, docente di Informatica al Politecnico di Milano e responsabile del Cefriel, uno dei centri di ricerca più avanzati per i progetti di innovazione digitale. « C’è una parte del paese dove le imprese, non dico che sfavillino, ma hanno saputo reagire: ora la ripresa vista fino a qualche mese fa andrebbe consolidata. Gli interventi solo assistenzialistici non bastano: bisogna creare ricchezza, con lavori di più alto livello, per poi pensare di poterla redistribuire. Il problema delle aziende? Non hanno colto i vantaggi degli investimenti nelle nuove tecnologie, perché sono gli unici che possono dare valore aggiunto ai prodotti».
Di una Italia a due velocità parla anche Andrea Marinoni, tra i manager della società di consulenza Roland Berger, il cui mestiere è proprio aiutare le aziende a rinnovarsi per restare sul mercato: « Bisogna ripartire dalle eccellenza industriali italiane, la parte economica del paese che mi fa essere tutto sommato ottimista. Ma non possiamo perdere il prossimo treno dell’innovazione. Da qui al 2030 si decidono i prossimi equilibri: in altre parti del mondo si va veloce, non possiamo ” lavoricchiare”. Le imprese vanno aiutate a capire quali saranno le tecnologie di domani e spingerle ad aggregarsi. Le nostre Pmi sono eccezionali, ma piccole e spesso orientate a pochi prodotti: in un mondo che cambia velocemente è un attimo andare fuori mercato. Ti salvi solo se ha differenziato. Ma se sei piccolo non puoi farlo».
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