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Le imprese: più credito per le reti

di Chiara Bussi

Le Pmi ci credono, tanto che sono già 291 quelle che si sono messe in gioco con la sigla di 54 contratti di rete. E l'obiettivo – ribadito la settimana scorsa dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia – è arrivare a 200 aggregazioni "leggere" a fine anno. Ora, però, tocca alle banche fare la loro parte.

L'appello arriva forte e chiaro da Aldo Bonomi, vicepresidente di Confindustria, alla guida di RetImpresa, l'agenzia confederale che promuove lo strumento del contratto di rete. «È necessario – dice – che le banche siano vicine alle imprese, per poterle sostenere, capirne i problemi e affiancarle alla ricerca delle soluzioni. L'occasione è ghiotta – sottolinea – perché la strumento della rete si fonda sul programma e sui progetti depositati e monitorati. Può quindi consentire una migliore conoscenza reciproca e fornire maggiori elementi di valutazione per le banche». A facilitare i rapporti con il sistema bancario, afferma Bonomi, potrebbe contribuire anche un codice fiscale ai contratti di rete. «Su questa possibilità – precisa – abbiamo già avuto assicurazioni dal Ministero».

Valutare i progetti

RetImpresa chiede al mondo del credito di «non leggere solo i libri contabili, ma di essere disposto a valutare l'impresa anche sotto il profilo della governance e dei progetti». Il vero valore aggiunto dei contratti di rete, prosegue Bonomi, «risiede nell'obbligatorietà del programma che deve essere depositato, pubblicizzato, monitorato e, in alcune situazioni specifiche, asseverato da organismi esterni. È la carica progettuale del programma di rete la vera novità che sta incontrando l'interesse degli imprenditori e della pubblica amministrazione e verrà valutato attentamente anche dal sistema bancario e dai Confidi».

A questo punta l'accordo siglato lo scorso marzo con Federconfidi. Serve dunque «un salto culturale che sta iniziando a maturare: è importante che le banche recuperino quel legame con il territorio che i processi di fusione hanno reso più blando». Una «capacità ingegneristica» per superare l'impostazione meramente «contabile» e valutare il merito di credito alla luce di aspetti più qualitativi.

Prove di dialogo

Un primo passo in questa direzione è stato segnato con il Progetto rating avviato nell'aprile di un anno fa con Banca Barclays. Un modello che integra la classica valutazione quantitativa con un rating di tipo qualitativo per valutare le performance aziendali e in particolare la capacità di stare in rete.

Parallelamente il dialogo con alcuni istituti è già iniziato da alcuni mesi. «Abbiamo sviluppato – ricorda Bonomi – un accordo con Unicredit (si veda l'articolo in basso) che prevede l'individuazione di prodotti bancari/creditizi idonei per le Pmi che sono in rete e di possibili massimali di credito e condizioni di erogazione». L'accordo prevede anche iniziative di supporto della costituzione e internazionalizzazione delle reti e lo studio di possibili modalità di mappatura delle filiere produttive.

Sono «molto avanzati», dice il presidente di RetImpresa, anche gli approfondimenti con Bnl, che sta realizzando una propria linea di prodotti per le reti «con cui contiamo di siglare uno specifico accordo». Iniziative analoghe sono state avviate anche da Intesa Sanpaolo e Ubi Banca.

Al di là del mondo del credito, conclude Bonomi, restano ancora da sciogliere alcuni nodi, come le modalità di partecipazione dei contratti di rete alle gare pubbliche, la gestione del personale e le misure di semplificazione amministrativa previste dalla legge e ancora da definire.

 

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