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Per le imprese liquidità a secco

La burocrazia chiude i rubinetti della liquidità alle imprese. O meglio, la burocrazia unita all’ostracismo del sistema bancario. I prestiti con garanzia statale, in particolare quelli destinati alle Pmi, sono uno strumento di sostegno molto richiesto dalle imprese italiane, che però si trovano ad affrontare notevoli difficoltà nell’ottenerli; difficoltà che dovrebbero essere scongiurate da quanto previsto dal decreto Liquidità.


In alcuni casi, ad esempio, vengono domandati documenti aggiuntivi, non richiesti dalla legge, per avere assicurata la solvibilità del potenziale debitore. I tempi per ottenere i soldi sono mediamente lunghi e più del 33% degli interessati ha utilizzato le risorse prese in prestito per rifinanziare una precedente apertura di credito, con il rischio di incappare in comportamenti non troppo trasparenti. Sono alcune delle conclusioni che emergono dal sondaggio promosso da Confprofessioni in collaborazione con l’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili (Ungdcec), che ha coinvolto oltre 900 commercialisti che, negli ultimi due mesi, hanno affiancato circa 15 mila imprese nella gestione dei finanziamenti richiesti alle banche. Il sondaggio punta ad analizzare l’attività, i tempi di erogazione dei prestiti alle imprese e i comportamenti del sistema bancario per favorire l’accesso al credito, alla luce del decreto del decreto legge n. 23 dell’8 aprile 2020 che, attraverso il Fondo di garanzia per le Pmi, garantisce (sulla carta) fino a 100 miliardi di euro di liquidità al sistema produttivo italiano colpito dalla pandemia.


Per prima cosa, viene ricordato che il decreto prevede una garanzia al 100% per i finanziamenti fino a 25 mila euro, senza alcuna valutazione del merito creditizio. Per i prestiti fino a 800 mila euro, invece, viene richiesta una valutazione e la garanzia dello Stato arriva fino al 90% e il restante 10% può essere coperto dai Confidi. Il decreto prevede inoltre lo snellimento delle procedure burocratiche per accedere alle garanzie concesse dal Fondo di Garanzia per le pmi e favorire così la ripartenza del sistema produttivo dopo l’emergenza sanitaria causata dal Covid-19. Sulla base di queste indicazioni è partita l’indagine, che si chiede proprio se le cose siano andate come previste dalla legge. «La survey», si legge nella nota congiunta Confprofessioni-Ungdcec, «porta a galla le criticità endemiche di un sistema bancario che, salvo rare eccezioni, ha mostrato una certa riluttanza ad applicare le misure contenute nel decreto liquidità, disattendendo l’invito dell’Associazione bancaria italiana alla semplificazione e alla rapidità di erogazione dei prestiti». Tra queste criticità le richieste, alla quasi totalità degli imprenditori, di «esibire documenti e superare istruttorie. Inoltre, non sono isolati i casi nei quali le banche abbiano richiesto situazioni prospettiche relative al 2020, la presentazione di garanzie personali per la parte non coperta dalla garanzia statale o agganciato alla concessione del credito la vendita di prodotti come il Pos o polizze vita». 


Sono quattro le domande rivolte ai 900 commercialisti, a cui si aggiunge una domanda aperta con cui ogni professionista aveva la possibilità di segnalare distorsioni aggiuntive (sono state 355 le segnalazioni). La prima domanda riguarda l’attrattività della misura: è emerso che il 95% dei clienti abbia fatto ricorso alle misure previste dal decreto Liquidità «smentendo le critiche e i dubbi di scarso interesse da parte delle imprese che hanno accompagnato i primi passi delle misure governative», si legge nel documento.


La seconda domanda, invece, verteva sulle tempistiche. Nel 93% dei casi le risposte hanno superato i 15 giorni di tempo ma, dall’analisi delle integrazioni aggiuntive, emerge come «i tempi medi per evadere una pratica si attestino tra i 30 e i 40 giorni, sempre nel caso di risposta positiva». La terza domanda è riferita alle richieste di prestito inferiori a 25 mila euro, coperti al 100% dalla garanzia dello Stato. In questi casi, «sebbene la funzione degli istituti di credito sia limitata a trasferire il modello compilato al Fondo di garanzia, nel 90% dei casi le banche hanno richiesto documenti non previsti e hanno aggiunto valutazioni di merito, non dovute, sui beneficiari». Infine, la quarta domanda del sondaggio mira a capire come le banche abbiano gestito le finalità del prestito richiesto dalle imprese. Se nel 64% dei casi il credito erogato risulta aggiuntivo, nel 36% dei casi il credito concesso è servito a coprire, parzialmente o totalmente, un’esposizione debitoria pregressa del richiedente, «così vanificando il contenuto della misura governativa».


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