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Le imprese italiane «puntano» 3,6 miliardi

Crescono le acquisizioni straniere in Italia. Ma crescono anche quelle delle imprese italiane all’estero: ammontano a 3,6 miliardi gli investimenti oltreconfine delle nostre aziende nel 2015, secondo la banca dati Zephyr di Bureau van Dijk, contro i 2,9 miliardi investiti l’anno precedente.
Ora: rispetto al moto contrario, cioè alle acquisizioni straniere in Italia, la sproporzione è lampante. Attiriamo 74 miliardi, ne spendiamo 3,6. Gli americani direbbero peanuts, noccioline, a confronto. «Il divario è ancora più sorprendente se pensiamo che l’Italia è ancora l’ottava potenza economica mondiale», rincara Leonardo Etro, professore di Finanza aziendale alla Bocconi e direttore dell’area Accounting e Finanza della Sda Bocconi.
I dati di Bureau van Dijk ci dicono però anche un’altra cosa: a differenza degli stranieri che investono in Italia prediligendo (al 58%) l’acquisto di quote di minoranza, le nostre imprese quando si muovono lo fanno per comandare sulle aziende target. Su 3,6 miliardi di acquisizioni aggregate per il 2015, 2,7 miliardi sono per quote di maggioranza. «Risultano invece ancora inesistenti le operazioni di Management Buy out – nota il professor Etro – o diciamo quelle più sofisticate per acquisire all’estero prede interessanti».
Siamo lontani dai fasti del 2011, quando all’estero le nostre imprese spendevano più di 13 miliardi, e anche dai numeri del 2012 (6,7 miliardi) e del 2013 (9,6). Ma qualcosa pur migliora. Acquisiamo soprattutto assicurazioni (1,2 miliardi spesi nel 2015, tutti legati allo shopping di Generali in Olanda), trasporti (800 milioni), utilities (489 milioni). E se si escludono la maxi-operazione Generali e l’acquisizione di Trans Austria Gasleitung da parte di Snam, che mettono i Paesi Bassi e l’Austria rispettivamente al primo e al secondo posto tra i nostri Paesi target, le nostre imprese sembrano prediligere la Gran Bretagna (12 operazioni in tutto nel 2015, per 480 milioni di euro), la Francia (11 operazioni per 406 milioni) e la Germania (11 operazioni, 374 milioni di euro).
I Paesi emergenti, insomma, sono per lo più fuori dal nostro radar: le acquisizioni dell’Italia guardano prevalentemente ai Paesi avanzati. Lo stesso trend è confermato dall’andamento globale dell’M&A registrato da Bureau van Dijk: il maggior incremento nel 2015 è stato messo a segno dall’Europa Occidentale. Da 1.156 a 1.734 miliardi di dollari, il 50% di capitali in più in un solo anno.
In generale il 2015 è stato un anno record per le acquisizioni nel mondo, che sono cresciute di oltre il 27% rispetto al 2014 e hanno raggiunto quota 6.143 miliardi di dollari. In Europa cala solo la Spagna (-2%), la Germania si salva grazie a una crescita simbolica, dello 0,04%, mentre crescono a tre cifre l’Irlanda e la Gran Bretagna (si veda la cartina a fianco).
Oltreoceano, gli Stati Uniti passando da 1.689 a 1.942 miliardi di dollari di M&A aggregato, confermandosi ancora una volta in cima alla classifica dei Paesi più effervescenti. In pratica, di tutte le acquisizioni che sono state annunciate l’anno scorso nel mondo, una su tre ha avuto come target un’azienda a stelle e strisce. Al secondo posto sul podio sale la Cina, dove gli M&A aggregati (sia estero su Cina, che Cina su Cina) sono cresciuti da 544 a 970 miliardi di dollari.
L’operazione più voluminosa di tutto il 2015? L’acquisizione dell’irlandese Allergan da parte del colosso farmaceutico americano Pfizer. Spesa totale: 160 miliardi di dollari.

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