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Le imprese italiane pagano il conto vanno in fumo 3 miliardi di export

«SE QUESTI tre non tornano subito, giuro che vado a prenderli io». È angosciato Dino Piacentini, 57 anni, presidente dell’azienda di costruzioni fondata dal padre Stefano nel 1949 a Palagano nell’Appennino modenese che oggi fattura per il 70% all’estero. «Ci sono ancora tre italiani in cantiere che cercano in qualche modo di portare avanti il lavoro. Abbiamo avuto già tre rapiti l’anno scorso, miracolosamente riportati a casa: gli abitanti di al-Zwara dove stiamo ristrutturando e ampliando il porto, unica speranza per un futuro migliore della città, ci chiedono di restare, ma per noi è troppo, troppo rischioso ». La commessa era di 40 milioni. I lavori, cominciati a novembre 2013 nel breve momento in cui sembrava ripristinata in Libia una parvenza di sviluppo, dovevano finire nell’ottobre 2015. «Invece, chissà. Intanto questo guaio e altri problemi minori ci hanno fatto ridurre il fatturato a 90 milioni nel 2014 da 126 del 2013», dice Piacentini che è anche presidente dell’Aniem, l’associazione delle imprese edili manifatturiere aderente a Confimi.

I tre dipendenti di Piacentini non sono gli ultimi italiani che malgrado tutto continuano a lavorare nell’inferno libico. «Una quarantina di connazionali, per lo più piccoli imprenditori, tiene fede ai suoi impegni nella manutenzione degli oleodotti, nell’impiantistica elettrica, in altri servizi », rivela Gianfranco Damiano, presidente della Camera di commercio italo-libica, il cui ufficio a Tripoli è peraltro tenuto ancora aperto dal segretario libico Nadim Elghalali. «Sono le retroguardie del centinaio di piccole imprese presenti in Libia, quelle che tutte insieme hanno garantito al nostro Paese quasi 3 miliardi di export nel 2014. Lavorano nella zona sud, lontano dagli scontri, ma se la guerra si allargherà resteranno bloccati». La dislocazione territoriale favorisce anche l’Eni, i cui pozzi sono per lo più nell’ovest del Paese e tuttora funzionanti (con personale quasi tutto libico): i giacimenti offshore Bahr Essalam (che attraverso la piattaforma di Sabratha fornisce gas al centro di trattamento di Mellitah e di qui al gasdotto Greenstream per l’Italia) e Bouri (petrolio). Operativi restano anche i campi nel deserto di Wafa (gas e petrolio) ed Elephant (greggio). È chiuso solo il campo petrolifero di Abu Attifel in Cirenaica. Se il gas sembra regolare, l’import italiano di greggio dalla Libia è sceso dai 14 milioni di tonnellate del 2012 agli 8 del 2014 e ai 4 del 2014, anche se l’Eni assicura che il suo livello produttivo è vicino al potenziale. Quanto al valore, è crollato (anche per il fattore prezzo) dagli 8 miliardi del 2013 a meno di cinque.
L’Italia è il primo partner commerciale della Libia: il maggior acquirente delle sue esportazioni e il maggior fornitore per le sue importazioni, «costituite per poco meno della metà dai prodotti della raffinazione lavorati sulla base dello stesso greggio che loro esportano», precisa Alessandro Terzulli, capo economista della Sace, la società pubblica di finanziamento e assicurazione dell’export. «Ma ora tutto questo si sta sfaldando. Gli stessi prodotti raffinati rallentano vistosamente, e per l’industria manifatturiera già i dati dei primi 11 mesi del 2014 erano pesanti: – 33% per le forniture di meccanica strumentale sullo stesso periodo dell’anno precedente, – 58% per i mezzi di trasporto, – 35% per i metalli. Insomma un calo generalizzato che sembra il preludio alla paralisi totale degli scambi, così come del resto dell’economia libica».
Eppure la transizione post-Gheddafi sembrava inizialmente un punto di lancio verso traguardi da Paese industrializzato. Imponente era lo sforzo infrastrutturale. Il governo Monti aveva perfino confermato all’inizio del 2012 il controverso accordo firmato a Bengasi da Berlusconi con il colonnello nel 2008, in virtù del quale l’Italia avrebbe finanziato grandi opere per 5 miliardi in vent’anni, purché realizzate da imprese italiane. Emblema di questo piano di sviluppo era l’autostrada costiera, 1.700 chilometri dall’Egitto alla Tunisia, il cammino che oggi invece percorrono le milizie dell’Is. Titolare della commessa è tuttora il consorzio guidato da Salini-Impregilo con Condotte, Pizzarotti e la Cmc di Ravenna. Tutto fermo: alla Salini si limitano a riferire che le aree “cantierabili” del primo lotto da Ras Ejdyer ad Emssad dove sono appena iniziati gli sbancamenti -400 chilometri con 12 ponti, 8 aree di servizio, 6 zone parking, un ordine da 944,5 milioni – sono sorvegliate da guardie libiche. Ma ovviamente non si sa nulla del futuro. Così come non si sa come finirà il mega auditorium di Tripoli progettato da Zaha Hadid, 258 milioni di commessa sulla carta, o l’appalto da 57 milioni per l’aeroporto di Al Kufra, altre due gare vinte da Salini. Rimasti incompiuti, come la transizione libica.
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