Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Dazi e accordi da rifare per l’export un salasso da 10 miliardi

Non c’è solo lo smacco della politica, sui due lati della Manica.
Né solo le ricadute per i cittadini europei. Lo scenario di hard Brexit, che torna a farsi concreto in queste ore, può avere un impatto sonante per le imprese italiane, protagoniste dell’export verso il Regno Unito con un giro d’affari oltre i 23 miliardi di euro nel 2017 (+3,4% sul 2016, secondo una tendenza in atto dal 2010). Per tutte loro, una separazione “senza accordo” potrebbe implicare un salasso di una decina di miliardi, tra dazi e costi non tariffari. Lo ha stimato Duff & Phelps, colosso statunitense dei servizi di valutazione. I settori chiamati in causa sono quelli dove l’export tricolore è più forte: macchinari e apparecchiature, che pesano per il 13,4% dell’export totale 2017 in Gran Bretagna, poi autoveicoli e chimica-farmaceutica (11,5% ciascuno), alimentare (8,7%), abbigliamento (6,7%). I maggiori oneri in arrivo, per chi vende beni e servizi nell’isola in uscita dall’Unione, sono di due tipi. Il primo come dazi: nel caso di Brexit senza accordi, i rapporti commerciali sarebbero regolati dalla clausola del Wto sulla “nazione più favorita” (Mfn), che regola i rapporti in assenza di accordi commerciali bilaterali.
Bankitalia ha stimato che passare a un regime basato sulle tariffe Mfn nei rapporti con Londra comporterebbe per l’Italia un dazio medio del 5% l’anno, pari a 1,3 miliardi, con punte del 13% sull’alimentare, dell’11% sull’abbigliamento, dell’8,8% sulle auto vendute. Poco penalizzati sarebbero invece macchinari e apparecchiature, con dazi medi del 2,1%. L’incidenza di una hard Brexit sarebbe però più grande sui “costi non tariffari”, quelle barriere che limitano i commerci con altri meccanismi come quote di importazione, sussidi, ritardi doganali e altri ostacoli tecnici.
Uno studio del German economic institute di Colonia ha stimato, tenendo conto dell’elasticità della domanda nei diversi settori dell’export italiano, che un’uscita ruvida dall’Ue a medio termine potrebbe fino a dimezzare l’export italiano, con costi tra 7,5 e 11 miliardi annui. «L’impatto potrebbe essere ancora più alto se si considera l’attuale contesto competitivo e gli altri fattori critici come la guerra commerciale tra Usa e Cina, l’alta volatilità del mercato e il rallentamento dell’economia — dice Enrico Rovere, responsabile di Duff & Phelps — . In questa prospettiva più ampia le aziende italiane, in particolare quelle dei settori alimentare, farmaceutico, elettronica e autoveicoli, dovrebbero cercare di sviluppare un approccio attivo per fronteggiare questo momento incerto, anche auspicando una risposta decisa da parte dell’Ue per incentivare e promuovere il libero scambio, contrastando l’attuale tendenza protezionistica». Non dissimili le ricadute sul valore aziendale degli italiani che fanno affari Oltremanica (nello studio considerato in linea con i ricavi da export: 22,4 miliardi) che andrebbe decurtato subito del dazio medio (5% o 1,3 miliardi) e dei costi non tariffari medi (40%, pari a 8,9 miliardi). Così in pochi anni il salasso potrebbe superare i 10 miliardi.

Andrea Greco

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«È cruciale evitare di ritirare le politiche di sostegno prematuramente, sia sul fronte monetario ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Dopo aver fatto un po’ melina nella propria metà campo, il patron del gruppo Acs, nonché preside...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Una forte ripresa dell’economia tra giugno e luglio. È su questo che scommette il governo: uscire...

Oggi sulla stampa