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Le imprese: concordato da riformare

Uno strumento da salvare, correggendone però le molte storture. Secondo il parere degli imprenditori, le novità introdotte dal decreto sviluppo (Dl 83/12) alla legge fallimentare in materia di concordati preventivi possono avere effetti positivi. In particolare per quanto riguarda la salvaguardia della continuità aziendale, nell’interesse dello stesso imprenditore, dei creditori e dei dipendenti.
Purtroppo – come evidenziato dal direttore generale di Confindustria ieri sul Sole 24Ore – il concordato preventivo oggi è spesso impiegato con finalità differenti, diventando anche mezzo di concorrenza sleale.
«Siamo stati i primi, quattro anni fa – spiega Enrico Frigerio, presidente di Assofond – a denunciare l’uso del concordato preventivo come azione per chiudere con rimborsi ridicoli, si è nell’ordine dell’8-10%, le pendenze con i creditori e poi ripartire con newco intestate in molti casi a prestanome. Con questa procedura si crea una vera e propria distorsione del mercato e della concorrenza, là dove invece la maggioranza delle imprese opera in modo corretto tra le mille difficoltà della recessione».
Andrea Donato, imprenditore del Bresciano, sta «facendo i conti con una procedura concorsuale dal 2008. «In base a questa esperienza – dice – credo sia importante reintrodurre una soglia di rimborso del 35-40% sotto la quale non si possa scendere, intensificare i controlli sui reali titolari delle newco, introducendo la revocabilità del concordato quando ci siano abusi. Infine andrebbero uniformate le procedure dei tribunali: in troppi casi, da provincia a provincia, le valutazioni su casi analoghi sono difformi».
Sulla necessità di modificare la legislazione concorda il presidente di Confindustria Salerno, Mauro Maccauro, che premette come la modifica della legge fallimentare offra oggi uno strumento di difesa molto utile per l’imprenditore in crisi che voglia concordare con i creditori un abbattimento del debito. Tuttavia, «con le novità previste dal decreto sviluppo dell’agosto scorso – dice – sono state apportate significative modifiche alla disciplina del concordato preventivo che hanno definitivamente legalizzato, in molti casi, la truffa ai danni dei creditori. In particolare, oggi è possibile presentare una domanda di concordato in bianco che non fornisca, temporaneamente, alcuna indicazione circa l’offerta proposta ai creditori; la tipologia di concordato che il debitore intenderà adottare; le modalità della sua esecuzione».
È quindi evidente come la filosofia della tutela di azienda e creditore possa essere vanificata. «Siamo davanti all’ennesima norma – aggiunge Maccauro – che sta portando alla morte delle piccole e medie imprese, le quali non hanno strumenti idonei per tutelare il proprio credito. Inoltre nelle more della procedura, i creditori, immobilizzati dalla stessa legge, soffrono la carenza di liquidità, accentuata dalle banche che non concedono credito o finanziamenti, e finiscono per essere essi stessi insolventi e fallibili. Molte aziende, dunque, si vedono strette in una tenaglia tra il cosiddetto credit crunch, l’insolvenza della pubblica amministrazione e questa nuova forma di concordato preventivo che, inevitabilmente, tende a depauperare la liquidità delle aziende sane e porta alla inevitabile chiusura quelle che vivono momenti di tensione finanziaria».
Del rischio di un effetto domino parla anche Alfredo Mariotti, direttore generale di Ucimu, associazione che raggruppa le imprese produttrici di beni strumentali. «Tra il 2008 e il 2011 – spiega – un certo numero di nostri associati ha fatto ricorso a procedure concorsuali solo perchè, a valle, alcuni loro clienti sono andati in concordato preventivo. C’è stata cioè una sorta di contagio, peggiorato dagli effetti della congiuntura. Per questo sono urgenti modifiche da accompagnare con misure di rilancio del sistema industriale e di rafforzamento della liquidità aziendale quali i minibond per le picole e medie imprese».

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