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Le grandi società escluse dalla confisca

Una società, tanto più se di dimensione rilevante, non può essere chiamata a rispondere per i reati tributari compiuti dai vertici nel suo interesse e vantaggio. A queste conclusione, che non nasconde essere assai sconfortante e frutto di scelte irragionevoli, arriva la Corte di cassazione, Terza sezione penale, sentenza n. 1256 depositata ieri, che ha confermato la non assoggettabilità a sequestro preventivo di quasi 250 milioni, frutto, secondo la Procura di Milano, di una complessa operazione di frode fiscale architettata dai vertici di Unicredit. Secondo l’ipotesi formulata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo, Unicredit avrebbe realizzato una serie di operazioni con società lussemburghesi di Barclays per mascherare utili, facendolo figurare come dividendi di operazioni finanziarie, quindi soggette a una aliquota fiscale più bassa. Per questa vicenda, inchiesta Brontos, è in corso il processo a Palazzo di Giustizia nei confronti dell’ex amministratore delegato Alessandro Profumo e altri 19 top manager dell’istituto di credito.
Sul procedimento a carico delle persone fisiche la Cassazione non si pronuncia, se non per affermare il fatto che sia «pacifico che sussistono gravi indizi che gli indagati, alcuni di essi in rappresentanza dell’ente, abbiano posto in essere la complessa trama fraudolenta in danno dell’Erario, a vantaggio e nell’interesse delle società bancarie poi confluite in Unicredit».
Al centro della riflessione della Cassazione c’è invece la possibilità di applicare il sequestro finalizzato alla confisca, anche nella forma per equivalente, ai beni di una società non solo quando l’ente è stato creato dall’indagato stesso per farvi confluire i profitti degli illeciti fiscali. La Corte, dopo avere ricordato un primo orientamento più possibilista, sceglie invece di dare continuità alle ultime pronunce, sottolineando come i reati tributari non rientrano tra quelli per i quali il decreto 231 del 2001 ammette la misura cautelare. Una possibilità esclusa peraltro da qualsiasi altra fonte normativa, al contrario di quanto previsto invece per i reati transnazionali per i quali è prevista la confisca per equivalente di somme di denaro, beni o altre utilità di cui il colpevole ha disponibilità, per un valore corrispondete al prodotto, prezzo o profitto del reato.
Neppure è possibile ricavare una responsabilità delle società per i reati fiscali da quella assegnata alle persone giuridiche nel diritto tributario. Quest’ultimo, infatti, non può essere considerato un sistema autosufficiente e autonomo dal resto delle disposizioni normative in materia penale. Del tutto inadeguato poi a scoraggiare frodi fiscali, nel giudizio della Cassazione, il soccorso (eventuale) che potrebbe essere portato dal sistema sanzionatorio amministrativo che prevede una forma di responsabilità solidale tra persona fisica e giuridica.
La conseguenza è una differenziazione irragionevole, anche sotto il profilo dell’aggressione a patrimoni illeciti, a seconda della natura, transnazionale o meno, del reato, rendendo possibile la confisca anche per un illecito fiscale (basta pensare a quanto avviene per la diffusa fattispecie delle frodi carosello), ma solo se compiuto nell’ambito di un’associazione criminale internazionale.
Disparità di trattamento non solo tra persona fisica e giuridica, ma anche per quanto riguarda la dimensione della società. Se quest’ultima infatti rappresenta un’emanazione puramente strumentale degli autori del reato, ovvero uno schermo dietro il cui riparo agire indisturbati, la confisca è possibile, ma se la società ha dimensioni tali che il contributo della persona fisica non ne può cambiare la natura, allora per i giudici può parlarsi di una vera e propria «impunità fiscale».

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