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Le grandi pulizie spingono gli utili Unicredit a 1,1 miliardi

Unicredit archivia un trimestre ben sopra le attese, il migliore della banca dal 2007, chiuso con 1,12 miliardi di utile netto. Oltre al noto crollo degli accantonamenti su crediti e ai tagli di spese (-5%), il risultato gode di una dinamica commerciale in ripresa che ha spinto del 2,8% le commissioni di gestione e le attività di banca commerciale (+1% i crediti).
L’istituto annuncia l’anticipo al 2021 (era il 2025) di uno dei suoi obiettivi primari: smantellare le attività non core, 26,3 miliardi di euro di crediti al 90% inesigibili.
Poiché il 2021 è dietro l’angolo, la mossa dovrebbe comportare maxi vendite di partite deteriorate, tipo quella da 18 miliardi del 2017.
«Tutti gli obiettivi del piano Transform 2019 sono confermati e continuiamo la sua rigorosa implementazione, lavorando con tutta la squadra per fare di Unicredit una banca paneuropea vincente», ha detto l’ad Jean Pierre Mustier. L’azione in Borsa ha guadagnato l’1,84%, in una seduta in cui il rischio Italia ha depresso molte rivali. Diversi intermediari hanno promosso i conti, specie l’azzeramento anticipato dei vecchi crediti in mora. «Gran parte dei costi della banca non core (120 milioni nel 2017) scomparirà – ha scritto Kepler Chevreux -, e i 430 dipendenti progressivamente saranno ridotti o trasferiti ad altri incarichi». A quel punto Unicredit si riallineerebbe ai migliori istituti europei per qualità di attivo: oggi i suoi crediti deteriorati sono il 4,7%, contro il 4% della media Ue (ma il 10% medio per le italiane).
La trimestrale di Unicredit, specie dopo quelle di Intesa Sanpaolo e di Bper, conferma lo stato discreto di forma delle banche domestiche, che tra gennaio e marzo paiono più ispirate di molte rivali del continente. E ciò avviene anche proseguendo la ripulitura degli attivi creditizi, che se da una parte consumano capitale, dall’altra liberano vitali risorse di uomini e finanza, poiché due terzi del totale crediti in sofferenza si accantona, e per gli incagli siamo al 40%.
Unicredit, che venderà altri 4 miliardi di cattivi crediti nel 2018, aveva risolto il grosso dei vecchi guai con la cessione, benché a prezzi stracciati, di 18 miliardi di Npl nel 2017. Intesa Sanpaolo e Bper stanno invece sfruttando i prezzi più favorevoli per chi vende Npl adesso, oltre all’agevolazione di normativa contabile Ifrs 9.
Questa ha consentito di svalutare nei bilanci – senza incidere sul conto economico ma a patrimonio direttamente – i quasi 11 miliardi nominali di cattivi crediti che la banca sull’asse Milano-Torino ha ceduto alla svedese Intrum, mentre l’ex popolare emiliana ha accantonato 1,1 miliardi di euro per svalutare 6,4 miliardi di vecchi prestiti (due terzi dei crediti dubbi totali), che presto venderà. La mossa scelta dall’ad Alessandro Vandelli fa crollare a 22 punti base il costo del credito, che era 112 punti base un anno prima. Il resto lo fa l’aumento a doppia cifra dei ricavi (+31,6%), che batte la crescita dei costi (+10%). In generale, comunque, gran parte delle banche italiane è in mezzo a piani di integrazione grandi o piccoli già spesati che consentono di ridurre un rapporto costi/ricavi ancora superiore alla media Ue.
Chi è più indietro con i compiti creditizi è Banco Bpm, che ieri ha perso il 4,15% dopo una serie di dati trimestrali in cui l’utile raddoppia a 223 milioni, ma 176 sono plusvalenze per le polizze con Cattolica, mentre i ricavi sono fermi e le commissioni calano del 7,6%. Malgrado il piano di smaltimento in atto, e il calo di 1,7 miliardi dei crediti deteriorati nei primi tre mesi 2018, l’incidenza sugli impieghi è ancora al 10,7%.
Per questo l’ad Giuseppe Castagna studia la vendita della piattaforma di gestione, con attaccati altri miliardi di Npl: «Abbiamo ricevuto diverse offerte», ha detto.

Andrea Greco

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