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Le Generali a rischio scalata Trieste compra il 3% di Intesa per disinnescare l’assalto

Generali entra nel mirino di possibili scalatori e prova una mossa difensiva entrando nel capitale di Intesa Sanpaolo. Ieri, tra le voci che rilanciavano l’interesse di Allianz e soprattutto di Intesa Sanpaolo per il colosso delle assicurazioni, le Generali hanno chiuso la seduta in crescita del 3,9%. Ma proprio mentre gli investitori si concentravano su un’operazione che vedeva il gruppo assicurativo come preda, il Leone di Trieste alla chetichella muoveva il suo attacco, seppur in chiave difensiva, su Intesa Sanpaolo. In serata la società guidata da Philippe Donnet ha infatti comunicato di aver rastrellato con un prestito titoli il 3,01% della prima banca italiana, una quota che in Borsa costerebbe 1,2 miliardi. Intesa Sanpaolo, intanto, proprio perché indiziata di un’operazione sul gruppo assicurativo, aveva perso nella giornata il 2,9%. Movimenti che cambiano di poco i rapporti di forza relativi tra i due gruppi: la banca guidata da Carlo Messina capitalizzava ieri 40 miliardi di euro, il gruppo assicurativo – che ha Mediobanca come principale azionista – si fermava a 22 miliardi.
Ma che significa il fatto che Trieste ha in mano – seppur prestato – il 3% del capitale della banca guidata da Carlo Messina? Secondo l’articolo 121 del Testo unico della finanza, quest’operazione permette a Generali di alzare una barricata come fa il Re con la Torre per arroccarsi in difesa. Se infatti da domani Intesa Sanpaolo rilevasse una partecipazione superiore al 3% del Leone potrebbe essere costretta o a vendere la quota eccedente o a vedersi sterilizzare i diritti di voto. La norma porta il nome del governatore della Bce Mario Draghi che nel 1998 da ministro del Tesoro aveva studiato un modo per difendere il fragile capitalismo nostrano dalle incursioni ostili di capitalisti senza capitali, desiderosi di comandare con piccole partecipazioni e senza lanciare un’offerta pubblica sul mercato che portasse benefici a tutti gli investitori.
E l’ingresso del colosso di Trieste nel libro soci della prima banca tricolore è anche un ritorno all’antico, perché oltre un decennio fa Generali era il partner di Intesa per la bancassurance, e in quanto tale aveva un peso importante sull’istituto guidato allora da Corrado Passera. Poi con le nozze con il Sanpaolo e la sua controllata Fideuram del 2006, progressivamente Generali (anche forzata dall’Antitrust) ha sciolto uno dei tanti lacci con un vecchio capitalismo fatto di incroci e relazioni.
Sul mercato, mentre ieri Intesa Sanpaolo non commentava le indiscrezioni, ci si è interrogati a lungo sulla possibilità di successo di un’operazione che unisse la banca al gruppo assicurativo, magari anche con l’intervento di Allianz. Un successo che per molti è in dubbio. Tra le ipotesi che circolano c’è anche quella di un asse italo tedesco tra l’assicuratore Allianz e Intesa per spartirsi le attività di Generali (e della controllata Banca Generali). Da mesi si parla di un forte interesse della francese Axa per Trieste, puntualmente smentito per le vie ufficiose e per le vie ufficiali da Donnet. Ma la liason italo-francese avrebbe allertato Intesa Sanpaolo, che anche a difesa di una presunta italianità parrebbe aver studiato la creazione di un supermercato finanziario che venda polizze, fondi mutui e conto correnti ai risparmiatori. L’ipotesi, quasi ovvio notarlo, piacerebbe pochissimo a Mediobanca. Dal suo ruolo di primo azionista con il 13,2% di Trieste, la banca d’affari punta infatti a scegliere con chi convolare a nozze, senza subire combinate da altri. Intanto domani a Trieste è in agenda un consiglio di amministrazione – che forse dovrà fare il punto sulla situazione – e prendere atto dell’uscita di Alberto Minali, direttore generale del gruppo ed ex direttore finanziario della compagnia ai tempi di Mario Greco. Ufficialmente l’uscita di Minali dai vertici di Trieste non ha nulla a che vedere con gli appetiti esterni sulle Generali, qualcuno però ieri ricordava che di sicuro Minali non avrebbe visto di buon occhio l’acquisto del 3% di Intesa nè una liason con Axa. Fatto sta che come tutte le diarchie, ancorché imperfette come quella tra Donnet e Minali, alla fine è solo un gallo che domina nel pollaio, e l’amministratore delegato francese ha avuto la meglio.
Peraltro, per una strana ironia della sorte, il caso storico in cui la norma sulle partecipazioni incrociate fu utilizzata, risale al 2006 quando l’allora amministratore delegato di Capitalia Matteo Arpe rilevò in via preventiva proprio una quota di Intesa, prevenendo una scalata ostile all’istituto capitolino, poi finito nell’orbita dell’Unicredit, che oggi tramite Mediobanca è il primo azionista di Generali.

Sara Bennewitz

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