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«Le Fondazioni? Un presidio per le banche italiane»

di Nicola Saldutti

MILANO — «Forse vale la pena ricordarlo, ogni tanto: le Fondazioni hanno aiutato le banche a restare solide senza un euro di soldi dei contribuenti, come invece è avvenuto in altri Paesi d'Europa e negli Stati Uniti. In mezzo a questa crisi che ha scosso tutti, abbiamo fatto la nostra parte e continueremo a farla…». Giuseppe Guzzetti, presidente da una decina d'anni dell'Acri, l'associazione delle Fondazioni di origine bancaria e delle casse di risparmio, proprio non vuole sentir dire che c'è troppa politica nei Consigli delle Fondazioni, che il confine tra le banche e le Fondazioni dovrebbe essere più largo e più netto di quello che è adesso. «È già largo, non ci sono patti di sindacato, ci sono le incompatibilità tra gli incarichi negli enti e negli istituti di credito. C'è il controllo pubblico su tutte le nostre delibere…».
Sì, ma prendiamo il caso di Torino. Sergio Chiamparino, ex sindaco, potrebbe diventare presidente della Compagnia di San Paolo…
«La questione non è l'ex sindaco, ma se la Compagnia sarà gestita, come io sono certo conoscendo Sergio Chiamparino, secondo criteri di efficienza e di efficacia e con piena autonomia dai poteri esterni. Questo è il punto: l'autonomia e la terzietà delle Fondazioni come centrale nello svolgimento del loro ruolo di sostegno allo sviluppo sociale, economico e culturale dei loro territori di riferimento e del Paese. Purtroppo ci sono ancora molti luoghi comuni riguardo alla permeabilità delle Fondazioni a interessi di parte. Ma non è così: tutte le nostre decisioni sono consultabili su Internet. I cittadini, che sono i nostri stakeholder finali, possono controllare che cosa si fa. E contestare le scelte, se vogliono. Inoltre stiamo predisponendo una Carta delle Fondazioni, una sorta di codice di riferimento volontario, ma vincolante, per le Fondazioni associate all'Acri, che consenta loro di adottare più facilmente scelte coerenti a valori condivisi nel campo della governance e accountability, dell'attività istituzionale, della gestione del patrimonio. Sono certo che questa Carta contribuirà a rafforzare e a diffondere le buone pratiche in tutti questi campi».
Vero. Ma proviamo a vedere le prime banche italiane, Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi. Le Fondazioni sono soci di riferimento, se non di controllo.
«Meno male. Abbiamo garantito la stabilità del sistema. Direi che la foresta pietrificata è stata abbondantemente disboscata prima che ce lo imponesse la legge. All'inizio abbiamo ceduto il controllo, poi favorito le fusioni per renderle più competitive. E adesso, gli aumenti di capitale per mettere le banche italiane in sicurezza».
Sì, ma per fare questo sulla Fondazione Mps pesa oltre un miliardo di debiti.
«Ha fatto la sua parte per rafforzare Montepaschi».
E tenerne il controllo…
«Forse a qualcuno sfugge che le nostre banche sono diventate contendibili sul mercato. Alle quotazioni di qualche tempo fa sarebbe stato facile prenderne il controllo. Noi siamo lì anche a presidio di un settore industriale, come quello del credito, che è centrale per l'economia italiana. Certo, siamo attenti ai dividendi per poter svolgere la nostra attività di erogazione, ma quando per rafforzare i patrimoni delle banche di cui siamo azionisti ci è stato chiesto dai loro amministratori di rinunciarvi non abbiamo battuto ciglio, perché siamo azionisti responsabili e stabili che guardano all'interesse del Paese».
Fin troppo stabili, forse. In Parlamento un emendamento chiede di accelerare la vendita delle quote.
«Ma come si fa a imporre in questo momento di mercato l'obbligo di vendere? In questo momento sono solo 18 le Fondazioni che hanno il controllo della rispettiva Cassa di risparmio, Casse tutte profondamente vocate al sostegno dell'economia locale. Le altre Fondazioni hanno partecipazioni di minoranza e non sono legate fra loro da patti di sindacato».
E le incompatibilità? Troppi incarichi e sovrapposizioni tra enti e banche…
«I membri degli organi di amministrazione, controllo e direzione delle Fondazioni, già dal 2003, non possono sedere negli organi della banca conferitaria né delle sue partecipate».
Dalla legge Amato sono trascorsi più di vent'anni. Non c'è qualcosa che si può correggere?
«Più che correggere il quadro normativo, dalla Amato alla legge Ciampi, direi che bisognerebbe sgombrare il campo dalle richieste ideologiche di modifica e ragionare sull'emergenza del welfare. Nelle nostre riunioni le banche occupano l'1% del tempo. Il resto è dedicato al territorio, all'housing sociale, alla ricerca. Ora stiamo studiando come intervenire su una nuova emergenza che è quella dell'infanzia».
Sarà il welfare, ma nella vicenda Unicredit, sull'uscita del presidente Dietr Rampl le Fondazioni sono tutt'altro che spettatrici…
«Sono azionisti come gli altri. Né più né meno. E se gli investitori americani sono tornati a comprare le azioni non lo stanno facendo certo per fare un favore alle Fondazioni o al governo. La governance fa parte delle attività degli azionisti. Che per tre volte hanno fatto la loro parte partecipando agli aumenti di capitale della banca. Non mi pare che in questi anni le Fondazioni abbiano scelto come manager figli o parenti, ma manager di grande livello».
Le Fondazioni hanno fatto la loro parte, ma anche lo Stato con i Tremonti bond.
«Prestiti, già restituiti per metà. Due miliardi su quattro. Guardi alla Germania, Angela Merkel è intervenuta sulle Sparkasse, sulle Landesbanken, sulla Commerzbank; il liberista David Cameron è azionista di controllo nel Regno Unito di molti istituti di credito. Qui in Italia non è accaduto, il sistema bancario è rimasto privato anche per merito delle Fondazioni».
Che però adesso vedono calare i dividendi.
«In questi anni il patrimonio è stato diversificato: per la Fondazione Cariplo, ad esempio, la partecipazione in Intesa vale solo il 21% del totale. L'attenzione alla gestione è comunque sempre alta. La crisi può toccare tutti. In questo momento vedo un'emergenza che si sta sottovalutando…».
Quale?
«Il welfare. Il rigore di bilancio, necessario, sta portando a una drammatica riduzione della spesa sociale da parte di Comuni, Province, Regioni. Si cancellano i fondi, ma i bisogni non è possibile eliminarli. Questa è la nostra priorità. Bisogna pensare a un nuovo welfare, un welfare comunitario che coinvolga il privato e il pubblico, i cittadini, e che possa far fronte ai tagli del welfare nazionale. I bisogni sono diventati di più — si pensi all'infanzia che subisce la crisi della famiglia — e più costosi».
Una volta eravate considerate una specie di Bancomat sociale…
«Questo è cambiato da tempo. Adesso si tratta di ricombinare il volontariato, le Fondazioni, gli enti locali. Coinvolgere di più i cittadini e le imprese: il senso di appartenenza alla comunità può essere un buon volano per mettere in moto più risorse. Non c'è altra strada. E bisogna fare in fretta. Un modello che può funzionare è quello dell'housing sociale: risorse private, pubbliche e delle Fondazioni per l'edilizia privata sociale. Adesso partirà anche il fondo immobiliare della Cassa depositi e prestiti».
Ecco, a proposito di Cdp: si comincia a muovere?
«Una cosa è certa: era una bella addormentata, che anche con l'ingresso di 66 Fondazioni nel suo capitale si è ormai svegliata. E dopo molte iniziative importanti già realizzate (edilizia sociale, fondo strategico, fondo per le medie aziende) ora ha varato un piano di finanziamenti per le imprese da 10 miliardi: sono soldi veri!».
 

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