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Le Fondazioni pagheranno l’Imu Caos al Senato, slitta la fiducia

Slitta a martedì prossimo il voto di fiducia chiesto dal governo al Senato sul decreto che taglia i costi della politica, e che contiene anche una novità dell’ultima ora, l’obbligo per le fondazioni bancarie, benché enti non profit, di pagare l’Imu sugli immobili. La fiducia doveva essere votata ieri, ma l’imminente sciopero dei trasporti, con il rischio di rovinarsi il rientro a casa per il weekend, ha spinto i senatori a chiedere un rinvio.
L’ennesimo colpo di scena in una giornata, quella di Palazzo Madama, a dir poco convulsa, con decine di provvedimenti che vanno e vengono dalle Commissioni all’Aula, a volte bloccati dai veti posti dal governo, o da questo o quel partito, a volte resuscitati da compromessi politici che durano appena poche ore. Definirlo un ingorgo, forse, è poco: al Senato sono in discussione una decina di provvedimenti, i costi della politica, la legge di Stabilità, il decreto sviluppo, quello sulle province, il provvedimento sul Ponte di Messina, la legge elettorale, la delega fiscale, la legge comunitaria, il disegno di legge sulle cartelle pazze. Pochi hanno speranze di essere approvati, soprattutto con l’apertura formale della sessione di bilancio. Alcuni provvedimenti saranno accorpati, altri ripescati ed inseriti in altre norme in corso d’esame, come la stessa legge di Stabilità, prioritaria, o il decreto milleproroghe che il governo ha già cominciato a mettere a punto.
Nella legge di Stabilità, che dovrà comunque tornare alla Camera, ad esempio, potrebbero confluire le norme sulla sospensione delle tasse e dei contributi per le popolazioni colpite dal sisma dell’Emilia, prima inserite nel decreto sui costi della politica, nonostante il parere contrario del governo, poi cancellate dall’esecutivo con l’emendamento che ha riscritto il testo del decreto e sul quale si voterà, a inizio settimana, la fiducia.
Sindaci e presidenti di regione, nel frattempo, premono a più non posso perché, rimettendo mano alla legge di bilancio, il governo possa correggere, alleggerendola, la manovra a carico dei comuni e delle regioni. «I sindaci italiani si dimetteranno immediatamente non appena la legge di Stabilità, nel testo attuale, dovesse essere approvata» ha assicurato il presidente dell’Anci, Graziano Delrio. I sindaci, chiedono al governo di rinunciare a 2,5 miliardi di tagli ai comuni, recuperando il gettito che verrebbe a mancare da una maggior tassazione dei giochi e dalla razionalizzazione delle spese militari. Le Regioni vorrebbero evitare il taglio da un miliardo al fondo sanitario nazionale. Difficile che le richieste possano essere accolte. Nel bilancio non c’è margine. Lo ha ripetuto anche ieri il ministro dell’Economia. «Non si possono tagliare le tasse — ha detto — se non si taglia la spesa».
Nell’emendamento al decreto sui costi della politica, intanto, il governo ha blindato definitivamente le norme per il pagamento dell’Imu sugli immobili adibiti ad attività commerciali della Chiesa e degli enti non profit. Attribuendo un rango di legge al regolamento, e quindi impedendo ogni ricorso al Tar, ed assoggettando al pagamento dell’imposta gli immobili delle fondazioni bancarie.
«È una battaglia contro un moscerino» ha detto il presidente dell’Associazione delle fondazioni, Giuseppe Guzzetti, riferendosi ai 600 mila euro l’anno che gli enti dovranno pagare. «È una discriminazione incostituzionale: le fondazioni usufruiscono di un’esenzione non in quanto tali, ma in quanto enti che svolgono un’attività non profit» ha detto Guzzetti. L’aumento delle tasse sulle fondazioni, ha aggiunto, rischia di tradursi in minori erogazioni per il settore, «mentre lo stato sociale va in malora e noi ed il terzo settore siamo impegnati per ridurre il disagio che esiste nel Paese».
Votata la fiducia in Senato, il decreto sui costi della politica dovrebbe tornare alla Camera per il via libera definitivo. Come, del resto, la delega fiscale per la quale il Senato potrebbe chiedere una deroga alla sessione di bilancio. Rischia invece di morire in Commissione il disegno di legge contro le cartelle pazze. Il governo ha posto come condizione per la sede deliberante la possibilità per gli agenti della riscossione di riemettere la cartella sbagliata. Vanificando di fatto tutta la norma.

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