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Le dimissioni

Una valanga di No travolge la riforma costituzionale, affonda il governo Renzi, impallina il segretario del Partito democratico. E il capo dell’esecutivo non attende un solo istante, le dimissioni sono immediate, nella notte, il viso segnato dalle lacrime, il nodo in gola: «Io ho perso e lo dico a voce alta. Non si può fare finta di nulla. Domani pomeriggio (oggi, ndr) riunirò il Consiglio dei ministri e salirò al Quirinale per le dimissioni. Il No vince in modo netto, ai loro leader le mie congratulazioni, a loro onori e oneri insieme alla grande responsabilità della proposta a cominciare dalle regole. Ci abbiamo provato, ma non ce l’abbiamo fatta. Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta». La moglie Agnese lo guarda a pochi metri di distanza, commossa anche lei.
La conferenza stampa era stata convocata già in serata, quando il tam tam degli exit-poll non lasciava margini di dubbio, poi confermati alla chiusura dei seggi. A mezzanotte il dato è già inequivocabile: 59 per cento i No (Ipr marketing-Piepoli per Rai), il Sì lontano un abisso: al 41. Trascorrono pochi minuti dalla chiusura delle urne e i falchi dell’opposizione vanno subito in tv per dichiarare “morto” il governo Renzi, preannunciare le dimissioni del premier, dichiararsi i veri vincitori. Così Matteo Salvini, il primo, poi Renato Brunetta («Game over»), Giovanni Toti («Legislatura finita») infine i grillini in sequenza («Al voto subito »).
Un risultato che viaggia sull’onda di un’affluenza da record, che tocca quasi percentuali da politiche: le prime proiezioni danno qualche decimale appena sotto il 70 per cento (nel 2013 per Camera e Senato era stata al 75). Marea che tanti esperti avevano stimato avrebbe avvantaggiato il Sì. I risultati dicono il contrario. Lo si è capito già dopo le 19, quando il flusso di elettori ai seggi era lievitato a dismisura in regioni quali Veneto, Sardegna e Sicilia, autentiche roccaforti antirenziane. La famosa «maggioranza silenziosa » sulla quale il presidente (dimissionario) Matteo Renzi aveva investito è davvero andata a votare. Ma schierandosi dalla parte opposta a quella da lui sperata. Fallito anche l’ultimo tentativo del segretario pd di “de-politicizzare” la consultazione. Il voto diventa politico, punitivo per il suo governo, oltre ogni attesa. Soprattutto al Sud. Le prime proiezioni del Viminale confermano un trend schiacciante. Dalla Sicilia alla Puglia si viaggia in media con percentuali vicine al 65 per cento per il No, al 35 per il Sì. Col boom clamoroso della Campania del governatore (renziano) Vincenzo De Luca: quando erano scrutinate 122 sezioni, il No aveva toccato la quota del 70 per cento. A mezzanotte, solo in tre regioni, Trentino Alto-Adige, Emilia e Toscana, il Sì risulta in vantaggio.
Non è un caso del resto se sono politiche e immediate le conseguenze che Matteo Renzi trae già in nottata. Adesso entra in gioco il Quirinale. Domani la direzione del Pd.

Carmelo Lopapa

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