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Le crisi aziendali frenano il passo

di Carmine Fotina

Leggendo i verbali redatti in questi anni dal ministero dello Sviluppo economico si può ricavare un'illuminante enciclopedia delle difficoltà che affondano le aziende italiane: costo del lavoro, alti costi dei trasporti, problemi logistici, caro-energia, calo della domanda per la concorrenza globale, costo del lavoro, diseconomie di scala per multinazionali o medie aziende che operano all'estero, commesse in calo o non garantite da grossi clienti che fino a pochi anni fa alimentavano fiorenti indotti. Perfino in questo cupo atlante della crisi, però, si possono rintracciare piccoli, timidissimi segnali di ottimismo. Dal 2008, quando la tempesta finanziaria internazionale ha iniziato a mordere l'economia reale, si contano 416 verbali del ministero che riguardano tavoli di crisi aziendali, in più casi relativi alla stessa impresa. Da marzo 2010 alla scorsa settimana il bilancio segna 117 e negli ultimi sei mesi ci si ferma a circa 50, un quarto in meno dello stesso periodo di un anno fa. Un calcolo puramente empirico, che va contestualizzato.

Spiega Andrea Bianchi, direttore generale per la politica industriale: «È vero che, da un punto di vista numerico, i tavoli aperti sono in calo. Ma tra le crisi aperte da tempo sono tante quelle ancora molto complicate». Nel caso delle amministrazioni straordinarie, altro aspetto del fenomeno, invece non si registrano flessioni. Il lavoro al ministero dello Sviluppo, dopo mesi sotto traccia per il prolungato interim post-Scajola, è ripreso tra proteste continue dei lavoratori a rischio ed emergenze politiche, ultima il nucleare, che hanno forse dirottato energie preziose verso altri argomenti. Lo staff di Paolo Romani tiene però a puntualizzare i numeri positivi: tavoli di crisi scesi sotto 170, tra i casi risolti Indesit, Italtel, Bat, Saint Gobain, Ideal Standard, Nuova Pansac, Merck Sharp & Dohme, Plastal. Nel frattempo il bilancio delle crisi settoriali segna 7.223 aziende in cassa integrazione straordinaria negli ultimi tre anni, con livelli più alti nella meccanica e nel tessile (si veda grafico accanto). Nonostante i numeri i sindacati non sono particolarmente ottimisti e citano un lungo elenco di aziende da salvare: Eurallumina, Fincantieri, Cantieri Apuania, Omsa, Legler, Phonemedia, Omnia service eccetera. «La manovra di luglio 2010 – commenta Luigi Sbarra, segretario confederale Cisl – ha ridotto le disponibilità finanziarie del ministero, causando un rallentamento, soprattutto nell'attuazione degli accordi di programma».

Bianchi distingue i due principali strumenti: l'amministrazione straordinaria e i tavoli di crisi. Sono 93 le aziende che hanno fatto ricorso a procedure di gestione fallimentare: 5 convertite in fallimento, 54 in fase di liquidazione, 34 in fase di gestione operativa. «Se guardiamo alle vendite andate a buon fine – da Ittierre a Caffaro – ci sono segnali incoraggianti: negli ultimi mesi c'è stato un maggiore fermento di potenziali acquirenti». Un imprenditore italiano, Albisetti, ha avuto il coraggio di investire rilevando gli asset industriali di Ittiere. Il know how dell'indotto italiano nell'automotive, invece, ha trovato una ciambella di salvataggio all'estero: la Maflow è andata alla polacca Boryszew, la Cablelettra alla giapponese Yazaki. Poi ci sono le cessioni di Bertone, Toora, Linea Più. Ma sull'altro piatto di bilancia ci sono tante procedure ancora in corso, tra le altre Mariella Burani, Tirrenia, Firema, Gaia, Livingston. Per la Antonio Merloni di Fabriano si aspetta la chiusura del bando di gara (aprile); per Agile-Eutelia (rispettivamente 1.500 e 500 dipendenti ancora sul piede di guerra) le prospettive non sembrano ancora rosee. Nel complesso, su 81.620 lavoratori coinvolti, sono 31.856 quelli ricollocati in seguito a cessioni, 23mila quelli in carico ad aziende ancora in esercizio.

Per quanto riguarda poi i tavoli di crisi, Bianchi riconosce che ancora una volta c'è un problema di risorse (si veda l'articolo accanto) ma sottolinea soprattutto un altro aspetto: la mancanza di veri articolati progetti industriali. L'unica eccezione è probabilmente il progetto di riconversione del polo chimico di Porto Torres dove Eni e Novamont studiano la svolta verso la chimica verde. Ancora da vedere invece se la stessa Novamont firmerà il programma di conversione della Basell di Terni. E, per restare sempre nell'ambito della chimica, c'è da registrare un nuovo intoppo sul salvataggio Vinyls: il fondo Gita non ha rispettato la scadenza di mercoledì sugli stipendi arretrati e a questo punto l'intera operazione potrebbe tornare a rischio. Sembra andare a rilento anche la riconversione di Termini Imerese. Ieri c'è stato un incontro al ministero dello Sviluppo: solo 4 delle 7 aziende in campo si sono dette già disponibili a incontrare i sindacati per illustrate i piani industriali. Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil, non nasconde la preoccupazione: «Il timore è che, senza garanzie sugli investimenti, alla fine i progetti non si traducano in iniziative concrete».

 

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