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Le conseguenze possibili della concorrenza

Fino a due mesi fa la concorrenza, in Italia, era completamente scomparsa dal radar. Da tempo la classe politica ha rinunciato all’idea di fare riforme che incidano sul lato dell’offerta, allentando i vincoli che limitano la libertà economica.

C’è stato bisogno del discorso col quale Mario Draghi ha chiesto la fiducia per tornare a parlarne. Se è chiaro che le priorità del governo sono altre, a cominciare dalla gestione della pandemia, la scarsa apertura al mercato è almeno considerata fra i problemi «strutturali» del nostro Paese. E, in quanto tale, lambisce l’agenda del Recovery Plan: perché, per accedere ai fondi europei, bisogna prima fare ordine in casa nostra, come del resto la Commissione europea ci chiede ogni anno. Proprio parlando in Senato Draghi aveva invitato l’Antitrust a presentare le sue segnalazioni in vista della «legge annuale della concorrenza» e l’Autorità le ha prontamente inviate.

Agenda RustichelliCi sono almeno tre capitoli che andrebbero presi molto sul serio.

Il primo riguarda la corrispondenza fra norme nazionali e norme europee. L’Antitrust segnala la necessità di recepire la direttiva Ue sul mercato elettrico del 2019, per la quale siamo in procedura di infrazione. Farlo avrebbe conseguenze rilevanti per la liberalizzazione del mercato finale alla vendita, l’ultimo miglio della liberalizzazione del mercato elettrico, cominciata negli anni Novanta. In quest’ambito, fatto cento il grado di apertura del Paese più liberalizzato del continente (il Regno Unito), l’Italia lo è all’82% (Indice delle liberalizzazioni, Istituto Bruno Leoni): ma il regime della cosiddetta maggior tutela, che l’Autorità suggerisce di superare attraverso una combinazione tra aste e tetti alla quota di mercato del maggiore operatore (come sta avvenendo per le pmi), finisce per viziare gli equilibri concorrenziali.

Nella stessa direzione, dell’adeguamento alle migliori prassi europee, va la proposta dell’Antitrust di richiedere agli enti locali una esplicita giustificazione degli affidamenti in house, lasciando poi all’Autorità stessa di vagliare le ragioni addotte per non passare per il meccanismo della gara.

Il secondo capitolo ha a che fare con la semplificazione necessaria per rendere più agevoli gli investimenti: a cominciare dalla sospensione del codice degli appalti (sulla quale il presidente, Roberto Rustichelli è tornato in un’intervista il 6 aprile con Nicola Saldutti, sul Corriere), che non deve coincidere con un’esaltazione della discrezionalità degli amministratori, ma con il «ricorso alle sole disposizioni contenute nelle direttive europee in materia di gare pubbliche del 2014 alle procedure interessate dall’erogazione dei fondi europei del Next generation Eu».

Sarebbe auspicabile andasse di pari passo una revisione, e non solo sospensione, del codice degli appalti, da attuarsi con lo stesso criterio: uniformarlo alle norme europee ma, per così dire, «verso il basso», senza aggiungere ulteriori adempimenti: un lavoro di «ripulitura».

Sotto questo punto di vista, un piccolo passo che richiede un intervento legislativo chirurgico sarebbe rimuovere i vincoli all’autoproduzione dei servizi portuali da parte dei vettori marittimi introdotta per contenere gli effetti dell’epidemia sulle compagnie portuali. La misura è dell’anno scorso, ma non aveva carattere esplicitamente temporaneo: deve essere dunque abrogata.

Sanità di guerra e di paceIl terzo capitolo ha a che fare con la sanità. La pandemia dovrebbe averci insegnato quanto sia importante avere capacità produttiva in quest’ambito: ciò non vuol dire necessariamente un Servizio sanitario nazionale sovradimensionato, a livelli pandemici per intenderci, che rischia di essere insostenibile. Ma più professionisti che possano essere, in caso di bisogno, riconvertiti e attivati per reagire all’emergenza, questo sì. Molto banalmente: ci siamo accorti che forse abbiamo meno medici di quanti ci servono, ma per averne di più serve che abbiano, anche in tempo di pace, più opportunità a disposizione.

L’Autorità segnala come oggi l’autorizzazione al privato per svolgere attività sanitaria sia pure non convenzionata dipenda da verifica del fabbisogno regionale di servizi sanitari. È una barriera all’ingresso che si fonda non sulla presenza di una serie di requisiti oggettivi per offrire una prestazione, ma determinata da una valutazione ex ante dello spazio di mercato disponibile. È una norma che è il contrario della possibilità di avere concorrenza. Rimuoverla, come suggerisce l’Autorità, serve a creare più spazi per un privato che non indebolisce l’Ssn, ma semmai riduce le liste d’attesa e, nei momenti di bisogno, può essere coinvolto per la gestione dell’emergenza.

Una stradaÈ improbabile che dalle segnalazioni dell’Autorità venga fuori la seconda legge annuale della concorrenza. In Italia nulla è stabile come il provvisorio, diceva Prezzolini, e ogni tanto nulla è provvisorio come ciò che dovrebbe essere stabile. Negli ultimi undici anni, quella norma «annuale» è stata licenziata un anno solo: prese avvio quando premier era Matteo Renzi, nel 2015, e fu approvata nel 2017. L’iter è complesso ed è improbabile che questo governo ci riprovi. Ma i tre punti qui ricordati hanno a che fare con il post-pandemia e l’attuazione del Recovery Fund, più che con quel provvedimento specifico. Potrebbero trovare spazio in altre iniziative del governo. Insomma, c’è da sperare che l’Antitrust non abbia lavorato invano.

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