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Le condizioni di Bruxelles all’Italia “Rispetto del 3% e piano di riforme”

UNA forte dose di contrattazione in ogni singola azienda, non uguale per tutti nel Paese. Il segreto è che le imprese ora, spiegò l’Ocse, invece di licenziare reagiscono ai problemi adeguando gli orari e i salari al calo del lavoro. Capoeconomista dell’Ocse, il club delle democrazie avanzate, era Pier Carlo Padoan.

Ieri Padoan a Bruxelles potrebbe aver sentito molti degli stessi argomenti, ma stavolta non toccava a lui esprimere raccomandazioni. Il nuovo ministro italiano dell’Economia ha visto il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, subito prima dell’Eurogruppo ed è difficile che i due abbiano avuto tempo di toccare dettagli come quello dei contratti iberici. Però c’è un aspetto sul quale van Rompuy, come il commissario agli Affari monetari Olli Rehn, confrontano ogni giorno l’Italia con la Spagna e con gli altri Paesi in uscita dalla crisi: perloro non basta sapere come saranno distribuiti i dieci miliardi di tagli alle tasse che il governo intende varare domani. Vogliono sapere in che direzione il governo porterà il Paese e esattamente in quale progetto rientra il taglio delle tasse già in cantiere. Della Spagna, del Portogallo o dell’Irlanda è ormai chiaro, sia nei punti di forza che di debolezza; sull’Italia no. E che ciò derivi da problemi di comunicazione o da dissensi sulla sostanza, a Bruxelles qualche preoccupazione sta già emergendo.
Per Padoan, ieri, Van Rompuy aveva soprattutto un messaggio: le soglie sul disavanzo al 3% del Pil vanno rispettate. Le dichiarazioni in senso opposto di Renzi prima di entrare a Palazzo Chigi, più la somma delle misure annunciate, hanno creato dubbi in proposito sia nella Commissione europea che all’Eurogruppo. Van Rompuy pensa che se Renzi sfidasse le istituzioni di Bruxelles e la Germania sulle soglie del disavanzo, otterrebbe l’opposto a quello che spera: anziché più flessibilità, un monitoraggio asfissiante, nuove procedure e ancora più riluttanza di Angela Merkel a qualunque politica europea di sostegno ai consumi e agli investimenti. Non da oggi in Europa la sfiducia genera nuova sfiducia e sfocia nella paralisi.
Poi però ci sono questioni che vanno oltre le regole e investono il merito delle scelte. Molti a Bruxelles sono convinti che Renzi commetterebbe un errore frutto di una diagnosi errata, se esordisse concentrando i suoi sgravi fiscali sull’Irpef. Ridurre l’imposta personale sui redditi più bassi darebbe sì un po’ di ossigeno alle famiglie ma, anche se i dieci miliardi fossero tutti spesi, il 30% andrebbe in acquisto di beni prodotti all’estero. Ilmade in Italynon copre più di due terzi del mercato italiano, il resto è presidiato da prodotti stranieri. L’aumento della crescita sul 2014 sarebbe dunque sicuramente di meno dei dieci miliardi spesi: un fuoco di paglia destinato a durare pochi mesi, se nel frattempo non arrivano misure in grado di ricostruire la capacità delle imprese italiane di competere nel mondo. Il crollo dei consumi, prodotto dalla disoccupazione, affonda le radici proprio nella condizione di inferiorità dei produttori italiani sui mercati globali.
All’Eurostat, l’agenzia statistica europea, in questi giorni stanno affluendo i dati che fotografano il ritardo già accumulato dall’Italia sulla Spagna e il Portogallo. Nelle cifre sul valore dell’export, è un fenomeno ormai crescente. A una prima elaborazione delle statistiche Eurostat emerge come, malgrado i singoli casi di eccellenza, le imprese delmade in Italynelcomplesso stanno perdendo terreno sulle concorrenti europeepiù dirette. L’export è il settore che va meglio, eppure il suo fatturato è addirittura sceso nel 2013 dello 0,38% rispetto al 2012. Due anni fa le vendite all’estero erano arrivate a 390 miliardi di euro, l’anno scorso sono scese di un miliardo e mezzo mentre intanto gli scambi globali crescevano del 2,5%. Ciò significa che l’Italia sta perdendo opportunità di aprirsi a nuovi mercati e continua la ritirata verso quote sempre più esigue di commercio globale. E non è colpa dell’euro forte, perché le vendite al resto d’Europa, dove non conta il tasso di cambio, sono crollate in modo particolare. Quasi 4 miliardi in meno in un solo anno.
Nel frattempo Spagna e Portogallo avanzano in direzione opposta. Il fatturato delle imprese spagnole fuori dall’Unione europea l’anno scorso è balzato di sette miliardi, più 5,8%, mentre quello verso l’Unione europea sale di quasi il 2%. E il Portogallo, che compete direttamente con l’Italia nel turismo, nel tessile e nelle calzature di qualità, recupera anche più in fretta: l’aumento complessivo dell’export nel 2013 è stato del 4,6%, un ritmo quasi doppio all’aumento del commercio globale, mentre la crescita delle vendite fuori dall’Unione europea è addirittura del 7,6%. Non è un caso se in Spagna e Portogallo la disoccupazione ha iniziato a scendere, mentre in Italia continua a salire a deprimere i consumi e la fiducia.
Entrati insieme nella crisi dell’euro, i Paesi del Sud stanno biforcando i loro percorsi. Sia Madrid che Lisbona accettarono di farsi aiutare all’Europa e hanno affrontato modifiche alle loro istituzioni economiche che oggi favoriscono la ripresa: la contrattazione aziendale più forte è solo un esempio. La direzione di uscita della crisi dell’Italia resta invece meno chiara. Padoan ieri a Bruxelles se lo è sentito dire, ma non serviva: lo ricorda benissimo dal suo passato all’Ocse, poche settimane fa.
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