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Le complicazioni di Francoforte

Guadagnare con il denaro allo 0,25 per cento. Nella settimana in cui i principali gruppi bancari italiani presentano i conti dei primi nove mesi dell’anno (oggi inizia Unicredit, da domani le altre), il nuovo paradigma è questo: il costo del denaro è stato dimezzato lo scorso giovedì dalla Banca centrale europea. Una mossa inattesa nella direzione del rilancio dell’economia, che favorisce gli investimenti e tutti coloro che sono indebitati a tasso variabile, ma che — di contro — mette in difficoltà quanti fanno del modo tradizionale di fare banca, la loro ragione d’esistenza. Prestare denaro a questi tassi è un incentivo a intraprendere e la Bce ne è evidentemente convinta, come pure appare convinta del fatto che la deflazione sia oggi più pericolosa dell’inflazione.
Allineati
Le attese degli analisti riguardo ai principali gruppi italiani sono allineate alla valutazione del sistema economico in cui gli istituti di credito si trovano ad operare. Il Paese è in recessione, sono crollati i consumi, molte aziende sono sull’orlo della chiusura (e molte hanno già compiuto quel passo). Proprio questa è una delle chiavi interpretative del futuro prossimo: quante aziende chiuderanno nel prossimo trimestre? A questa risposta è legata la tenuta del sistema economico italiano e l’evoluzione di uno degli indicatori principali dello stato dell’economia, ovvero le sofferenze bancarie.
I dati dell’Abi, l’associazione bancaria, parlano chiaro. Le sofferenze bancarie: «a giugno 2013 (ultimo dato comunicato, nda), risultano pari a 70,6 miliardi in termini netti e a 138 miliardi in termini lordi. L’incidenza delle sofferenze sugli impieghi totali in termini netti è pari a 3,75% a giugno 2013, in crescita dal 3,6% del mese precedente e dal 2,8% di un anno prima. Il rapporto sofferenze lorde su impieghi è invece pari a 7,1% a giugno 2013 rispetto al 5,7% di un anno prima, valore che raggiunge il 12,8% per i piccoli operatori economici, l’11,2% per le imprese ed il 6% per le famiglie consumatrici».
L’anno più duro
Il 2012 è stato forse per il sistema creditizio italiano l’anno peggiore nella storia recente, con i bilanci affossati dalle svalutazioni. L’anno in corso sembra essere migliore, se non altro come tenuta. I dati che evidenziamo nella tabella, relativi ai primi sei mesi dell’anno in corso evidenziano però una tendenziale contrazione degli utili di sistema, che nella seconda parte dell’anno dovrà confrontarsi con il livello crescente delle sofferenze. Se le banche «devono fare il loro mestiere», altrettanto vale per le imprese, che non sempre sono governate con perizia. Alcuni casi recenti lo stanno a ricordare. Scrive Dario Micheletti, associato di diritto penale all’Università di Siena: «L’assunzione di un debito da parte di chi esercita un’attività di impresa senza le condizioni finanziarie e patrimoniali per il suo futuro adempimento costituisce una condotta economicamente perniciosa sotto diversi profili». E richiama poi gli articoli 217 e 218 della legge fallimentare. Quindi, credito sì, ma come sottolineano Bankitalia e Bce, credito sano e sostenibile. È possibile fare questo, oggi in Italia? Si cercano modalità alternative. Tra queste anche l’ipotesi di un fondo di garanzia finanziato dal sistema bancario e dal settore pubblico. È praticabile vista la condizione delle casse romane? E a quali condizioni? Si intende ovviamente qualcosa di diverso e di più incisivo rispetto a quanto siglato nel luglio scorso dall’Abi e da alcune associazioni imprenditoriali (finalizzato a sospensione dei finanziamenti; allungamento dei finanziamenti o operazioni per promuovere la ripresa e lo sviluppo delle attività).
Esempio tedesco
In Germania, ad esempio, un fondo di garanzia è finanziato con 400 miliardi di euro tra pubblico e privato. Difficile, sembra, trovare risposta in tempi brevi. Ma come sarà il prossimo trimestre per le imprese? E per l’occupazione?
Questa settimana aiuterà a capire. Ancora una volta, chi ha puntato sull’estero — siano imprese manifatturiere o banche — sembra trovarsi sul lato giusto della strada. Gli altri faticano molto di più. Le crisi emerse negli ultimi mesi (di bilancio per Banca delle Marche, Carige, Banco Desio, Popolare dell’Emilia-Romagna, Mps, tutte in rosso nel primo semestre dell’anno; di governance per la Popolare di Milano) disegnano un passato prossimo assai complesso. Alcuni gruppi hanno cambiato guida: Bpm, Intesa San Paolo, Carige. Dal pomeriggio comprenderemo la nuova realtà.

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