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Le cessioni ripetute di quote non aggirano la ritenuta

La nuova disciplina dell’abuso del diritto, in vigore dallo scorso anno, non consente all’amministrazione finanziaria di imporre la scelta fiscalmente più onerosa, quando la condotta del contribuente sia giustificata da valide ragioni economiche. Pertanto, le ripetute cessioni di partecipazioni in una Spa, che avrebbero provocato una riduzione del capitale troppo repentina se effettuate in modo unitario, non possono essere riqualificate come recesso. Tanto più se il socio, negli anni precedenti, ha affrancato il loro valore pagandovi l’imposta sostitutiva. Con questa motivazione, la Ctp di Vicenza 201/1/17 (presidente e relatore Pietrogrande) ha accolto i ricorsi proposti da una Spa e da un socio.
La sentenza ha annullato gli accertamenti con i quali l’agenzia delle Entrate, nel presupposto dell’elusività delle cessioni, le aveva considerate un unicum, imponibile come reddito di capitale in capo al socio e sul quale la società avrebbe omesso le ritenute.
La vicenda ha origine nel 2010, quando il socio aveva iniziato, progressivamente, a cedere la propria quota di partecipazione, riducendola dall’inziale 35,87% fino ad arrivare, nel 2014, al 2% del capitale sociale. Precedentemente, nel 2008, aveva rivalutato la partecipazione versando la relativa imposta sostitutiva, pari al 4% del valore di perizia.
Dopo l’invio del questionario e la risposta del socio, l’Agenzia notificava l’avviso con il quale, riqualificando le cessioni come recesso, tassava la differenza tra il corrispettivo percepito e il valore originario della partecipazione, applicandovi la ritenuta del 12,50 per cento.
Quanto alla società, con separato avviso, l’ufficio accertava il mancato versamento della ritenuta prevista nell’ipotesi di distribuzione di utili da partecipazioni non qualificate, che – a suo dire – si sarebbe generata a seguito del recesso.
Con i rispettivi ricorsi, sia il socio che la società contestavano la ricostruzione dell’Agenzia, negando – in particolare – che potesse ricondursi alla fattispecie elusiva prevista dall’articolo 10-bis della legge 212/2000 e, nel merito, che si fosse trattato di recesso.
In linea con la risoluzione 93/E/2016, la Ctp ha ricordato che la norma esclude che possa ravvisarsi un intento elusivo laddove le operazioni non siano prive di sostanza economica o, comunque, siano giustificate da valide ragioni di natura extra-fiscale.
Nella specie, queste ragioni risultavano plurime:
il corrispettivo delle cessioni risultava economicamente adeguato al valore della partecipazione e non sottostimato;
il trasferimento della partecipazione aveva consentito di realizzare il passaggio generazionale auspicato;
il recesso avrebbe inciso negativamente sul capitale sociale, fondamentale per garantire gli equilibri commerciali dell’attività di concessionaria di automobili.
Queste considerazioni hanno, dunque, indotto i giudici a escludere l’intento elusivo ipotizzato dal Fisco, conformemente ai principi ispiratori della stessa legge delega 223/2014 sull’abuso del diritto. La Cassazione, tuttavia, spesso si è mostrata di segno contrario, avendo ammesso che una cessione totalitaria di quote possa essere riqualificata come cessione di azienda, senza necessità di prova circa l’intento elusivo (sentenza 8542/16).

Marco Ligrani

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