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Le «carte nascoste» di Jp Morgan e le «bugie» a Bankitalia

Mps fornì a Banca d’Italia dati fittizi per garantirsi l’ok all’acquisizione di AntonVeneta. Ma dall’inchiesta della procura di Siena emerge anche il ruolo di JpMorgan: socio del Montepaschi, svolge una parte fondamentale nell’operazione da 9 miliardi di euro che, dalle indagini, appare intrisa di illeciti penali finanziari.Marco Ludovico ROMA Si ipotizzano reati da brivido: falso in prospetto, abuso di informazioni privilegiate, ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, manipolazione del mercato. JpMorgan è decisiva per il successo finale dell’acquisizione. E il Sole24 Ore è in grado di ricostruire gli accertamenti fin qui svolti dalla procura toscana con il Nucleo valutario della Guardia di Finanza. Basta partire dai fondamentali: l’acquisizione AntonVeneta da parte di Mps, per essere legittima, doveva rispettare i coefficienti patrimoniali, requisiti ufficiali che garantiscono contro i rischi bancari. Non sarebbe andata così. Mps comunica nel gennaio 2008 che il finanziamento dell’operazione avviene con un aumento di capitale a pagamento, massimo di 5 miliardi, in opzione agli azionisti dell’istituto senese. E – aguzzano lo sguardo gli investigatori – l’emissione di nuove azioni, per massimo un miliardo, destinate a strumenti innovativi di capitale. L’operazione, svolta da Mps e JpMorgan, si chiama Fresh 2008 e qui spunta l’inghippo. È un aumento di capitale riservato a JpMorgan, con un contratto di usufrutto e uno di swap tra Mps e JpMorgan, più un prestito obbligazionario convertibile in azioni Mps fatto da JpMorgan con la fiduciaria Bank ok New York Luxembourg. Nella sostanza, al mercato appare che JpMorgan è un socio non solo formale ma anche sostanziale di Mps: se fosse così sarebbero stati raggiunti i requisiti patrimoniali necessari per rispettare le regole di Bankitalia e dell’Ue per l’ok all’acquisizione AntonVeneta. Peccato che non è così: JpMorgan rimane socio soltanto formale perchè entra con un prestito – con contratti di usufrutto e swap – che lo sgravano dai rischi che derivano, invece, dal l’essere socio effettivo. Se questa ricostruzione è corretta, la conseguenza è una sola: a via Nazionale, sede dell’autorità di vigilanza, che pure aveva mosso obiezioni contro Fresh 2008, giungono da Mps dati non veritieri. I contratti con JpMorgan di swap e di usufrutto traslano rischi e obblighi sulla banca senese. Non solo: ci sarebbero altri contratti tra i due “soci”, finora mai emersi, sui quali il sospetto che siano illeciti è alto. Nel 2009, per esempio, viene pagato il dividendo sulle sole azioni di risparmio, cifra irrisoria, pari a un centesimo per azione. Peccato però che anche qui c’è un retroscena inquietante: pagare quel dividendo era necessario, in base ai contratti, per far scattare l’obbligo per Mps di pagare a sua volta la cedola agli obbligazionisti. Per la modica cifra di 52 milioni. Il problema più grave, se fosse confermata l’ipotesi investigativa, è che si tratterebbe di contratti che non sono stati comunicati alle autorità di vigilanza. Va subito detto che occorreranno ancora settimane, se non mesi, per consentire alla procura di chiudere l’inchiesta su questa tranche investigativa. È certo da chiarire il ruolo di Ettore Gotti Tedeschi, già presidente dello Ior dal 2009 al 2012 e fondatore, su richiesta di Emilio Botin, della filiale italiana del Banco Santander, da cui il Montepaschi nel 2007 acquista AntonVeneta. Da ricordare, tra l’altro, che Botin pretese che l’acquisizione di AntonVeneta avvenisse in assenza di ogni forma di due diligence, cioè un’adeguata riconognizione per analizzare valore e condizioni dell’azienda bancaria. Botin, all’epoca, fu esplicito: se ci fosse stata una due diligence l’affare saltava. Ma c’è un altro capitolo investigativo, già emerso in parte da alcune cronache, dai contorni altrettanto inquietanti. È quello di una serie di operazioni finanziarie ad alto rischio: Enigma, Alexandria, Santorini, Note Italia. Attività messe in piedi per rastrellare, in maniera illecita secondo le ipotesi investigativa, fondi destinati ai vertici dell’area finanza del Monte dei Paschi di Siena. Con un problema molto serio: non si tratta solo di somme che sarebbero state ottenute illecitamente, ma anche di operazioni che hanno messo a rischio l’equilibrio contabile della banca senese. In quell’area finanza c’è stato più di qualcuno, insomma, che si è comportato in modo disinvolto, a dir poco. Non hanno informato gli organi societari e di controllo del Monte, anzi hanno agito quasi a prescindere. Ma ci sono state le coperture, anche ai massimi livelli. Da una parte c’erano perdite che potevano compromettere i bilanci. Dall’altra parte le plusvalenze illecite. La richiesta di Monti Bond per 3,9 miliardi di euro, insomma, sarebbe giustificata proprio da questo: evitare perdite contabili gravissime. L’operazione Nomura–Alexandria è emblematica, un groviglio di passaggi finanziari e societari che rischia di produrre conseguenze nefaste. Nel 2006 Mps compra obbligazioni da Dresdner Bank per 400 milioni, attraverso la «società veicolo» Alexandria. Il rendimento di queste obbligazioni è collegato al rischio di un’altra obbligazione di tipo cdo (collateralized debt obligation), che si garantisce su un debito. Questa seconda obbligazione è emessa da un’altra «società veicolo» di nome Skylark, a sua volta riferibile a Dresdner Bank. Nel 2009 c’era già una perdita di 220 milioni: entra allora Nomura disposta a comprare la perdita di Mps a condizione che la banca senese metta in piedi un’altra operazione finanziaria, più rischiosa nel lungo periodo, basata su Btp italiani. Per chi sta giostrando senza scrupoli sui conti Mps è un’occasione fondamentale: in questo modo si evita la perdita di 400 milioni e non si compromette il bilancio, che deve avere un utile da distribuire. Per forza: solo in questo modo si rispettano gli obblighi contrattuali con JpMorgan per pagare le cedole in possesso agli obbligazionisti dell’operazione Fresh 2000. Così Nomura rileva la perdita ed Mps si accolla una perdita ancora più rilevante, perché distribuita negli anni, e ad alto rischio. L’investimento per tre miliardi per il titolo di Stato Btp 2034 – è l’operazione con Numura – comporta una perdita di 1,4 miliardi di euro; altri investimenti per 23 miliardi in titoli di Stato italiani hanno comportato una perdita di 2,4 miliardi. La sproporzione tra i due casi è evidente. L’operazione è concordata tra la dirigenza di Nomura – il presidente Saqed Sayeed e Raffaele Ricci – e quella Mps dell’epoca. Il presidente Giuseppe Mussari, il direttore generale Antonio Vigni, il capo dell’area finanza Gianluca Baldassarri e il numero uno dell’area bilancio, Daniele Bigi.

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