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Le Borse «tengono» dopo lo shock turco

Il fallito colpo di Stato in Turchia e la conseguente pesante repressione ordinata dal presidente Erdogan hanno assestato l’ennesimo colpo al precario equilibrio geopolitico mediorientale. I mercati europei hanno tuttavia reagito con un’alzata di spalle ai drammatici eventi del weekend. Le piazze azionarie del Vecchio Continente hanno mostrato di assorbire bene il colpo. Dopo una mattinata in rosso gli indici hanno girato in positivo sulla scia di Wall Street per chiudere gli scambi contrastati con Milano poco sopra la parità (+0,08%), Londra in rialzo dello 0,39% e le piazze di Francoforte e Parigi in calo rispettivamente dello 0,08% e dello 0,34 per cento.
Altro discorso per tutte le asset class locali: la Borsa di Istanbul, i titoli di Stato turchi e la lira. Sebbene la valuta locale ieri abbia rifiatato dopo il tracollo di venerdì (-4,6%) il cambio con il dollaro resta ancora sotto di circa il 2,5% rispetto ai livelli pre-golpe ed è sui minimi da fine giugno. Per arginare il crollo della valuta domenica la Banca centrale turca ha deciso che avrebbe garantito liquidità illimitata al settore bancario e che avrebbe rimosso i limiti all’utilizzo dei depositi in valuta estera utilizzati come collaterale (cioè garanzia) per ottenere prestiti.
Il mercato valutario era l’unico che poteva registrare una reazione agli eventi di venerdì scorso perché l’unico aperto in quelle ore. Le reazione su azioni e i titoli di Stato, le cui contrattazioni erano chiuse venerdì, si è vista ieri. La piazza di Istanbul è arrivata a perdere fino all’8,9% per chiudere gli scambi in calo del 7,08 per cento. L’indice Istanbul 100 ha registrato la sua peggior performance giornaliera degli ultimi tre anni azzerando in un sol giorno il rally messo a segno da fine giugno in scia alle altre piazze emergenti.
Forti vendite si sono poi viste sui titoli di Stato i cui rendimenti (il cui andamento è inversamente proporzionale ai prezzi) hanno registrato un’impennata. Sulla scadenza a cinque, sette e dieci anni l’incremento è stato di oltre 50 punti base. Il rendimento del titolo decennale in valuta locale, che venerdì scorso viaggiava intorno all’8,9%, ieri ha superato quota 9,5% sui massimi da fine giugno. Anche sul mercato dei derivati si è vista una certa tensione. Il prezzo dei credit default swap a 5 anni (polizze di assicurazione sul rischio insolvenza di Ankara) ieri è balzato di oltre il 10 per cento.
Ieri diversi analisti hanno messo in luce i rischi che questa situazione estremamente tesa pongono per l’economia del Paese e per gli equilibri internazionali nell’area. La brutale repressione di questi giorni dimostra chiaramente le intenzioni di Erdogan di voler sfruttare il più possibile la situazione. Prima facendo piazza pulita degli oppositori nella magistratura, nelle forze armate e nei media. E in un secondo momento con elezioni anticipate che possano offrirgli la maggioranza necessaria per modificare la costituzione a suo favore. «Questi shock rischiano di danneggiare molto la percezione esterna sull’affidabilità creditizia del Paese» segnalano gli analisti di Fitch che il prossimo 19 di agosto dovranno rivedere il proprio rating sul Paese.
Tra le classi di investimento sotto osservazione ieri c’era anche il petrolio vista l’importanza strategica della Turchia nelle rotte del commercio di greggio. Dopo una breve chiusura lo stretto del Bosforo, attraverso cui passa circa il 3% del greggio su nave, è stato riaperto e il passaggio delle petroliere è tornato alla normalità. Per questo non c’è stata alcun rincaro ieri per Brent e Wti i cui prezzi sono sono scesi attestandosi rispettivamente sotto quota 47 e 46 dollari al barile.

Andrea Franceschi

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