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Le Borse rimbalzano, spread a 418

C’erano davvero ben pochi motivi perché ieri le borse europee potessero salire. Nessun dato macro positivo, nessuna dichiarazione di rilievo a supporto degli acquisti, trend negativo a Wall Street (che ha recuperato però nel finale). E invece i listini del Vecchio Continente hanno chiuso la giornata col segno più, recuperando almeno in parte il calo del giorno precedente: Milano ha guadagnato l’1,13%, Parigi l’1,16%, Francoforte lo 0,48%. Gli stessi titoli governativi dei paesi più fragili, come Spagna e Italia, hanno rifiatato. Lo spread dei Bonos spagnoli a 10 anni è sceso a 477 punti dai 482 del giorno prima, quello dei BTp a 418 punti da 428. Andamenti nel loro insieme anomali, e spiegabili di fatto solo con un approccio di brevissimo respiro da parte degli investitori. Certo, un po’ di ossigeno – soprattutto allo spread – l’ha concesso il “vaticinio” di JpMorgan, che si aspetta un nuovo Ltro a un anno da parte della Bce a luglio. E, subito dopo, a settembre, un taglio del tasso di rifinanziamento dello 0,25%. Ma gli acquisti sui BTp sono stati comunque di dimensioni ridotte. «Chi compra oggi asset rischiosi non lo fa perché ci crede o perché guarda ai fondamentali – spiega uno dei principali gestori azionari italiani -. Lo fa perché conta di poter cavalcare un movimento rialzista di giornata. La volatilità e gli scarsi volumi agevolano questi comportamenti speculativi».
Le preoccupazioni sul fronte della Grecia sono tutte intatte. Il vertice informale tra i leaders europei di mercoledì sera si è chiuso con un nulla di fatto. E i riflettori si sono riaccesi sui presunti piani di emergenza allestiti dai paesi europei in vista dell’uscita della Grecia fuori dall’Euro. Un’ipotesi che ha trovato supporto anche nelle affermazioni di Willem Buiter, capoeconomista di Citigroup, secondo cui «la Grecia uscirà dall’euro il prossimo gennaio». Affermazione perentoria, che non lascia spazio ad alcuna possibile correzione in itinere.
Ma ciò che mette più in allarme gli analisti, e che ha reso debole Wall Street, è lo scenario macroeconomico: gli ordini di beni durevoli ad aprile negli Usa hanno registrato un incremento dello 0,2% su base mensile (contro una stima di +0,5%) ma addirittura un calo dell’1,9% al netto degli investimenti legati alla difesa e trasporto aereo, contro un’attesa di +0,7%. È la spia di una pesante contrazione degli acquisti della principale economia mondiale. Non solo: poco incoraggianti sono state anche le stime flash dell’indice Pmi manifatturiero americano di maggio, sceso a 53,9 (dai 56 di aprile), il minimo da tre mesi. Il motivo? Il forte rallentamento dell’export a stelle e strisce verso la sempre più gracile Europa. Ma soprattutto verso la sempre più singhiozzante Cina. Non è un caso che il flash Pmi cinese, indicatore dello stato di salute dell’industria cinese, sia sceso a maggio a 48,7 punti dai 49,3 di aprile. Numeri che segnalano come le traballanti condizioni economiche di Pechino nel primo trimestre siano destinate a continuare per tutto il primo semestre. A completare il quadro è l’indice Pmi dell’eurozona, sceso a maggio a 45,9 da 46,7 di aprile.
È un contesto non facile. Di una crisi che pesa sull’economia e, a ruota, sulla borsa. E a pagare dazio sono soprattutto i titoli bancari italiani. Per S&P’s sono UniCredit, Intesa Sanpaolo e Mps i tre istituti europei che subiscono maggiormente il peso della crisi. Per l’agenzia di rating, i rendimenti dei bond di questi istituti, uniti ai valori dei singoli Cds, mostrano come i tre istituti scontino le difficoltà che incontra l’economia italiana.

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