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Le Borse rimbalzano aspettando Draghi

Il conto alla rovescia è terminato. Oggi sapremo se, di quanto e in che modo la Banca centrale europea lancerà un piano di quantitative easing (allentamento monetario). Le aspettative sono alte e sono cresciute di giorno in giorno. Le ultime indiscrezioni – diffuse ieri pomeriggio dal Wall Street Journal – indicavano acquisti di titoli per 50 miliardi di euro al mese, per un periodo di almeno un anno. Quindi una manovra minima da 600 miliardi, più dei 550 miliardi ipotizzati in precedenza.
I mercati azionari non sono rimasti indifferenti e dopo una giornata nervosa hanno accelerato sul finale, in scia alle nuove ipotesi sulle dimensioni del «Qe». Piazza Affari, trascinata anche dall’ennesimo balzo delle banche popolari dopo la riforma di trasformazione in Spa degli istituti con attivi superiori a 8 miliardi, ha chiuso con la migliore performance in Europa (+1,64%) marcando il quinto rialzo di fila con il Ftse Mib di nuovo a ridosso dei 20mila punti.
Sul mercato obbligazionario lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi ha chiuso piatto a 122 punti, con il rendimento del BTp a 10 anni con scadenza marzo 2024 (utilizzato da Reuters come benchmark) all’1,75%.
Ma la mossa della Bce sta avendo (e potrebbe averne ancor di più se batterà le attese) un effetto su tutte le asset class, in particolare valute e materie prime. E sta spingendo molte banche centrali a prendere in anticipo le contromisure. La prima a muoversi in vista del «Qe» della Bce era stata la Banca nazionale svizzera, sbloccando la settimana scorsa la difesa dalla rivalutazione del franco oltre 1,2 con l’euro. Da allora la divisa svizzera si è apprezzata del 20% sull’euro. Ha fatto seguito la Banca centrale della Danimarca, che ha tagliato i tassi di interesse di 15 punti base, allo 0,05%. Anche la Banca centrale turca ha tagliato di mezzo punto il tasso di riferimento, dall’8,25% al 7,75%. La Croazia, dopo la decisione della Bns, ha invece fissato per un anno un cambio fisso di 6,39 kune (la valuta locale) per un franco.
Oltreoceano si è mossa anche la Banca canadese: ieri a sorpresa ha tagliato di 25 punti base allo 0,75% i tassi, nella speranza di controbilanciare l’effetto negativo che il calo dei prezzi del petrolio sta avendo sull’economia.
Anche la frenata del prezzo del greggio (-60% dalla scorsa estate) è una carta pesante nel mazzo della guerra delle valute scoppiata in questo inizio 2015, che vede molte banche centrali impegnate a svalutare le proprie divise per evitare di perdere competitività. Paura che inizia a essere condivisa anche dalle multinazionali Usa, dopo la ritrovata forza del dollaro: Johnson & Johnson ha messo in guardia sul fatto che se il tasso di cambio si manterrà agli attuali livelli, i danni sui conti potrebbero essere due o tre volte quelli previsti in ottobre.
Ed è questa anche la paura del Giappone. Se il franco svizzero perdesse davvero – come sembra possibile – lo status di valuta rifugio, a quel punto lo yen rischierebbe di tornare al centro delle attenzioni degli speculatori: un esito che la Bank of Japan vede come il fumo negli occhi, anche se per ora ha resistito alla tentazione di abbassare ulteriormente i tassi.
Pure il ritrovato vigore dell’oro ha molto a che vedere con l’attesa per la Bce (e il conseguente ribasso dell’euro). Il lingotto – entrato in fibrillazione da giovedì sulle mosse della Banca nazionale svizzera – ha continuato a correre anche nei giorni successivi, fino a superare ieri la soglia psicologica di 1.300 dollari l’oncia. Le quotazioni si sono spinte fino a 1.305 $ sul mercato spot londinese, livello che non toccavano dallo scorso agosto, salvo poi arretrare, in apparente reazione allo “scoop” del Wall Street Journal. «Buy the rumor, sell the news», compra sulle voci e vendi sulla notizia, dicono i trader. Forse il quotidiano statunitense è stato giudicato tanto affidabile da saper anticipare con precisione l’annuncio di oggi della Bce.
L’oro è comunque rimasto solidamente intorno a 1.290-1.295 $/oz fino a sera, grazie al rinnovato sostegno fornito dagli investitori, che sembrano averne riscoperte le virtù di valuta alternativa e di bene rifugio, particolarmente utili in questa fase di mercato, caratterizzata da nervosismo, incertezze e alta volatilità. In primo piano c’è senza dubbio lo scenario di indebolimento dell’euro, rafforzato anche dalle elezioni di domenica in Grecia. Proprio gli europei starebbero guidando la corsa al lingotto secondo BullionVault, un sito per l’acquisto fisico di oro, che in gennaio ha riscontrato un aumento del 41% dei nuovi investitori in Italia, Germania e Francia. «È chiaro che i risparmiatori delle tre maggiori economie dell’eurozona temono gli effetti di un Qe di grande scala», osserva Adrian Ash, responsabile della ricerca di BullionVault.
Le poderose iniezioni di liquidità della Federal Reserve furono senza dubbio il motore principale del rally che spinse l’oro oltre 1.900 $ nel 2011, così come il ritiro del suo programma di riacquisto di bond ha di certo giocato un ruolo importante nel far crollare in tempi più recenti le quotazioni del lingotto. Molto più dubbio è tuttavia l’impatto che ci si può ragionevolmente attendere dal «Qe» in salsa europea.

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