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Le Borse «reggono» all’attendismo Bce

Sbandata iniziale dei listini, euro oltre 1,13 dollari – Poi la situazione si stabilizza
Mario Draghi delude i mercati, anzi no. Non è certo una reazione lineare e univoca quella mostrata da azioni, obbligazioni e valute al sostanziale nulla di fatto che è scaturito dall’attesa riunione della Banca centrale europea (Bce): se sulle prime (già dall’annuncio della decisione di politica monetaria, e successivamente in misura più rilevante durante la conferenza stampa dello stesso presidente) gli investitori hanno venduto titoli di Stato e azioni acquistando invece a spron battuto l’euro, nel corso della seduta gli effetti si sono invece progressivamente stemperati.
Alla fine la pressione è rimasta tutta sull’obbligazionario, con i rendimenti sovrani in salita su tutte le scadenze e in tutti i Paesi: il BTp decennale è risalito all’1,16% mentre il Bund è tornato a -0,06% (entrambi sono comunque sui livelli di una settimana fa) per uno spread Italia-Germania che si è leggermente allargato fino a quota 122, in modo da non destare però allarme né far pensare a una vera e propria fuga dal rischio. Le Borse invece hanno recuperato terreno chiudendo contrastate: ben oltre la parità Milano(+0,48%) e soprattutto Madrid (+0,95%), deboli ma sopra i minimi di giornata Parigi (-0,34%) e Francoforte (-0,72%). Marcato infine anche il dietrofront dell’euro, che ha dapprima superato di slancio la quota di 1,13 dollari (massimi da due settimane) per poi rientrare nei ranghi e non lontano dai livelli pre-riunione Bce.
Se la prima risposta è in fondo facilmente attribuibile alla delusione di quanti (pochi per la verità) si aspettavano una mossa di Francoforte già fin da subito e di quanti (molti di più) pensavano di captare nelle parole di Draghi almeno qualche apertura per il futuro, spiegare il ripensamento successivo è più complesso almeno in teoria. Una buona parte degli operatori sembra infatti sostenere di non essere stata presa in contropiede né nel mancato annuncio dell’Eurotower di nuove misure di stimolo, né nell’atteggiamento estremamente cauto adottato dall’ex governatore della Banca d’Italia nella successiva conferenza stampa.
«In fondo è mancata soltanto la sorpresa positiva che qualcuno sperava e alla quale Draghi ci aveva in parte abituato in passato», minimizza Matteo Ramenghi, direttore degli investimenti di Ubs Italia, e questo spiega dunque l’immediato disappunto. Poi però ci si è ragionato sopra e a mente fredda si è tornati a considerare lo scenario base della vigilia, quello cioè che l’intervento della Banca centrale (allungamento del piano di riacquisti oltre marzo 2017 ed eventuali aggiustamenti tecnici) arriverà puntuale a dicembre, e basta leggere il tenore delle note inviate dalle principali banche d’affari per capire come si sia effettivamente convinti di un simile evento.
«Quando vedrà che l’effetto di base indotto dal recupero del prezzo del petrolio rispetto all’anno precedente non sarà stato in grado neanche di avvicinare minimamente il tasso di inflazione all’obiettivo del 2% la Bce non avrà scelta e non si potrà sottrarre almeno all’estensione del quantitative easing oltre marzo», aggiunge Ramenghi. La sua è un po’ la percezione generale e, sotto questo aspetto, gli investitori sembrano disposti a dare un’accezione positiva anche al riferimento fatto da Draghi alle commissioni incaricate di studiare nuove soluzioni per il piano di stimolo.
Lo hanno anzi letto da una parte quale tentativo per prendere tempo (superando così la decisione Fed fra due settimane e magari anche scogli politici come il voto presidenziale Usa e, perché no, lo stesso il referendum italiano) e dall’altra come modo per preparare effettivamente terreno e superare gli inevitabili dissidi interni. Dopotutto, come rileva Marco Valli, capoeconomista di UniCredit Research, «un riferimento simile al lavoro delle commissioni tecniche è apparso sia a novembre e dicembre del 2014, giusto prima che il quantitative easing fosse annunciato, e anche nell’ottobre del 2015 alla vigilia dell’estensione del piano: qualcosa insomma sta fermentando e ogni cambiamento riguarderà molto probabilmente le regole sugli acquisti di asset».
Non è stata insomma la riedizione di nove mesi fa, quando nel dicembre 2015, pur annunciando nuove misure, una Bce che forse si era eccessivamente esposta nelle settimane precedenti finì per deludere pensantemente i mercati (salvo poi concedere quanto auspicato dagli investitori qualche mese più tardi). E in questa differenza si può forse ravvisare sia un passo avanti nella strategia di comunicazione dello stesso Draghi, sia probabilmente una maggiore maturità degli investitori, quest’ultima favorita anche dall’insolità tranquillità che da almeno un mese a questa parte si respira sui listini. Il prossimo test, la riunione della Federal Reserve programmata il 21 settembre, è del resto appena dietro l’angolo.

Maximilian Cellino

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