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Le Borse rallentano la caduta: dal crollo al recupero (parziale)

Mercati finanziari sempre più sospesi fra il timore di successive ondate di contagi e la speranza che i nuovi focolai di Covid-19 possano essere circoscritti e isolati rapidamente. La volatilità estrema vista ieri in Borsa si spiega in fondo così, oltre che con il braccio di ferro fra chi vede gli indici azionari sostanzialmente disallineati dai fondamentali macroeconomici e chi invece ricorda come l’ingente massa di liquidità pompata dalle Banche centrali (e adesso anche dai Governi) debba in fondo trovare uno sbocco.

Gli asset più rischiosi, a cominciare dalle Borse, hanno infatti pagato dazio per quasi tutta la giornata e sulla falsariga di quanto avvenuto la scorsa settimana. Lo hanno fatto colte da una tipica sindrome da «ricaduta» e condizionate dai dati sui nuovi contagi di ritorno, ricomparsi in Cina (dove parevano dimenticati) così come negli altri Paesi sviluppati ancora alle prese con la riapertura delle attività. In quella fase non c’è stato neanche spazio per le notizie incoraggianti (l’indice Empire State, che misura l’andamento dell’attività manifatturiera nell’area di New York, a giugno è risalito oltre le attese attestandosi a -0,2 punti, a un soffio dal valore che indica un’espansione) e le vendite si sono accompagnate al tradizionale flusso verso i beni rifugio: oro, titoli di Stato «core» e valute quali yen, franco svizzero e dollaro.

L’inversione di tendenza di metà pomeriggio è stata però fulminea e anche difficile da spiegare, a meno che non si rincorrano le notizie legate al presunto sviluppo di vaccini che (come l’investimento di 300 milioni di euro da parte del governo tedesco nella società di Biotech CureVac, che lasciano sì il tempo che trovano) ma che spesso stimolano la fantasia di molti operatori. Il risultato, in ogni caso, è stato un recupero dell’indice Ftse Mib, che ha finito per chiudere a +0,43%, sopravanzando il resto d’Europa, che ha invece chiuso pochi decimi sotto la parità.

A provare almeno a frenare gli entusiasmi degli investitori sono gli studi delle grandi banche d’affari, che si succedono con cadenza quasi quotidiana e invitano alla prudenza prendendo in considerazione il rally (a dir loro prematuro ed eccessivo) che i mercati hanno innescato da metà marzo fino a 10 giorni fa. Ieri, per esempio, è toccato a Ubs far notare come il rimbalzo del 34% abbia portato i listini europei del 10% al di sopra degli obiettivi che gli stessi analisti si erano prefissi per fine anno e che quindi al momento vi siano rischi di una ricaduta (di Borsa, questa volta) più che concreti.

«I valori raggiunti dallo Stoxx 600 erano del tutto disconnessi dal contesto macroeconomico e dagli utili», avverte Nick Nelson, strategist di Ubs, che proprio in questi giorni ha abbassato ulteriormente le stime sul Pil Europeo per il 2020 (-8,2% dal precedente -6,1%, prima di un rimbalzo parziale del 6,2% il prossimo anno) e sull’Italia (-9,9%). La banca d’affari elvetica teme un prolungamento della crisi Covid-19, che da una parte rende improbabile un ritorno della crescita economica ai livelli pre-crisi prima della fine del 2022 o del 2023 e dall’altra rischia di ampliare il divario Nord-Sud.

I Paesi dell’Europa meridionale – ricorda infatti Ubs – sono colpiti più duramente, vista anche la loro maggiore dipendenza dalle Pmi, da servizi che finiscono per essere condizionati in misura maggiore dal blocco (come il turismo, per esempio), hanno minori margini di manovra per quanto riguarda la politica fiscale e un livello più elevato di debito pubblico. Chiarissimo, soprattutto sotto quest’ultimo aspetto, il riferimento all’Italia, i cui titoli di Stato ieri (come del resto nelle ultime settimane) hanno in ogni caso vissuto una giornata tranquilla, con il rendimento del decennale fissato all’1,41% e lo spread sul Bund a 188 punti base.

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