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Le Borse puntano sull’intesa con Atene

È un’ondata di ottimismo senza mezzi termini quella che ha investito ieri i mercati finanziari, portando le Borse europee a chiudere in forte rialzo e ad annullare gran parte delle perdite sofferte da lunedì scorso, il fatidico giorno post-referendum greco. Sembra infatti esserci improvvisamente ottimismo da parte degli investitori su una chiusura favorevole della questione del debito di Atene nei summit di fine settimana. Una convinzione che sembra basarsi sulle semplici sensazioni, visto che ieri non si sono visti passi in avanti nell’annosa trattativa, almeno alla luce del sole e almeno finché i mercati del Vecchio Continente sono rimasti aperti.
Tutto ieri si è giocato sull’attesa dell’arrivo del piano di Atene, e sulle consuete dichiarazioni in semilibertà delle parti. Un paio di queste però hanno fatto la differenza, spingendo i listini che già erano partiti con il piede giusto di prima mattina grazie al maxi-rimbalzo della Borsa di Shanghai (+5,8%, la migliore seduta dal 2009 in poi): in ordine di tempo la prima accelerazione decisa della giornata si è avuta quando il capoeconomista del Fondo monetario internazionale, Oliver Blanchard, ha allontanato l’idea di un’estensione del contagio greco al resto dell’Eurozona. Lo ha fatto ribadendo che «si sta lavorando per una soluzione positiva affinché la Grecia resti nell’euro», confermando le stime di crescita nel 2015 per l’intera area (+1,5% nel 2015, ritoccate al rialzo a +1,7% quelle del 2016) e migliorando le previsioni sull’Italia (0,7% quest’anno dallo 0,5% e 1,2% per il 2016 dall’1,1%).
Il colpo finale, in positivo, lo ha dato poi il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, che sembra aver implicitamente aperto a una ristrutturazione del debito greco, che poi è il vero nodo delle trattative. «Spero che oggi da Atene riceveremo proposte concrete e realistiche – ha detto Tusk, ritenuto uno dei falchi più vicini alla Germania della Merkel – Se dovesse accadere, in parallelo serviranno proposte da parte dei creditori: la proposta realistica da parte della Grecia dovrà trovare sponda in una proposta altrettanto realistica sulla sostenibilità del debito da parte dei creditori».
Anche per questo Milano ha finito per chiudere in rialzo del 3,51%, sopravanzando gli altri listini europei: Madrid si è «limitata» a un rialzo del 2,84%, Parigi è salita del 2,55% e Francoforte del 2,32 per cento. Si è seguito quindi un copione esattamente speculare rispetto a quello di lunedì e i titoli del settore bancario (da Mps fino a UniCredit, passando per Ubi e banco Popolare) hanno stavolta funzionato da traino con progressi superiori al 4 per cento. A false ripartenze e successivi bruschi risvegli il mercato del resto ci ha abituato più volte. Ciò che conta è che il bilancio settimanale è adesso in passivo soltanto di circa l’1,5% per Piazza Affari e di qualche decimo in meno per gli altri mercati continentali, che hanno quindi quasi riassorbito la batosta post referendum.
Scenario simile sui titoli di Stato, con oscillazioni però inferiori come già avvenuto nei giorni scorsi e come si conviene a questo genere di mercati, ormai in gran parte influenzati dai riacquisti della Bce. Il ritorno dell’appetito per il rischio si è visto nell’abbassamento degli spread italiani e spagnoli, ora entrambi a braccetto a 144 punti proprio come una settimana fa. Per tutti e due i rendimenti dei decennali sono però al di sotto di quei livelli e si riavvicinano alla soglia del 2% (2,18% ieri).
Detto del rimbalzo delle materie prime sulla scia del risveglio della Cina (+3,6% per il petrolio) e del perdurante stallo del prezzo dell’oro (1.160 dollari l’oncia) resta da spendere qualche parola sull’euro. La valuta comune ha perso ieri qualche posizione, restando comunque sopra 1,10 dollari, e la cosa non deve stupire perché i suoi movimenti sono collegati alla tendenza positiva dei mercati: con la ripresa dei listini riprendono anche le caratteristiche operazioni di «carry trade» di chi si indebita in euro. È però una debolezza limitata, anche i mercati valutari restano in fondo piuttosto ingessati e refrattari alle vicende greche.
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