Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Le Borse «periferiche» sotto scacco contagiano anche i Paesi a tripla A

L'agenzia di valutazione Moody's mette sotto osservazione il rating degli Stati Uniti per un possibile declassamento. L'agenzia di rating cinese Dagong, invece, non si fa altrettanti scrupoli: ieri ha nuovamente tagliato il giudizio sull'affidabilità del debito Usa, portandolo a "A". Questo mette gli Stati Uniti, agli occhi dei cinesi, sullo stesso livello di (in)sicurezza di paesi come Spagna, Russia e Sudafrica. Eppure, ancora una volta, a crollare sono le Borse europee: Wall Street, con un colpo d'ali finale, è riuscita addirittura a chiudere in rialzo dello 0,5% interrompendo la serie di sedute in calo.

Niente rimbalzo, invece, dall'altra parte dell'Atantico: Londra -2,34%, Parigi -1,93%, Francoforte -2,30%, Madrid – 0,85%, Milano -1,54%. Sembrerebbe un paradosso, ma non lo è. Queste quotazioni lanciano un messaggio ben preciso: il mercato è convinto che negli Stati Uniti la Federal Reserve tornerà presto a comprare titoli di Stato e a creare moneta, mentre sa benissimo che in Europa l'eventuale salvataggio dei Paesi in crisi non sarà effettuato dalla Bce ma dagli Stati più forti. Morale: Wall Street rimbalza, mentre le Borse di Francoforte, Amsterdam e Parigi crollano più di tutte.

Che Wall Street sia stata risollevata dalle speranze di una nuova manovra ultra-espansiva della Federal Reserve lo dimostra il fatto che il rimbalzo è iniziato dopo un articolo del Wall Street Journal in cui – citando alcuni funzionari della banca centrale Usa – si avanzava proprio questa ipotesi. È questa la prima grande differenza con l'Europa: oltreoceano gli investitori sanno che la Fed interverrà se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente. Poco importa se i precedenti interventi ultra-espansivi (denominati quantitative easing) non abbiano portato grandi benefici all'economia reale: quello che interessa agli investitori è che daranno benefici alla Borsa e alla speculazione. Paradossalmente, dunque, più la situazione economica peggiora (anche ieri l'indice Ism non manifatturiero è calato ai livelli del 2009), più il mercato "annusa" nuovi interventi della Fed, e più Wall Street recupera terreno.

In Europa è il contrario. Il mercato sa che la Banca centrale europea non farà mai il quantitative easing (acquisto massiccio di titoli di Stato e contestuale creazione di moneta). Sa che i nuovi poteri del fondo salva-Stati saranno definiti dopo l'estate. E sa che, in fin dei conti, se la situazione dovesse degenerare ulteriormente, il costo di nuovi eventuali salvataggi graverebbe principalmente sulle spalle dei Paesi più forti: Germania e Francia in primis. Forse è proprio per questo che la speculazione ultimamente si sta concentrando proprio su questi nuovi "obiettivi".

Lo dimostrano alcuni dati. Ieri sono state le loro Borse ad avere perso più delle altre. Si potrà obiettare: nei giorni scorsi scendevano meno e da inizio anno Francoforte è in calo del 3,96% contro il 15,70% di Milano e l'8,33% di Madrid. Vero. Ma è anche vero che sul mercato obbligazionario "l'attacco" a Francia e a Germania sembra partito già da tempo. Lo spread tra i titoli di Stato francesi e quelli tedeschi è salito dai 57 punti base del 22 luglio ai 79 punti base di ieri: livello su cui solo un anno fa si trovavano i BTp italiani. Segno che gli investitori si fidano sempre meno anche dei bond francesi.

Anche sulla stessa Germania iniziano ad arrivare segnali di debolezza: non sui titoli di Stato, che continuano a rappresentare il bene rifugio per eccellenza e che dunque hanno rendimenti addirittura sotto il livello dell'inflazione, ma sul mercato dei credit default swap. Cioè delle polizze assicurative con cui gli investitori si coprono dal rischio di insolvenza della Germania. Ebbene: il costo della "polizza" è salito ieri a 67 punti base (stava intorno a 50 meno di un mese fa), superando di venti centesimi i 47 punti base dei Cds statunitensi. Sembra dunque che tanti investitori con una mano comprino Bund tedeschi (i titoli di Stato), ma con l'altra si assicurino contro la loro insolvenza. Insomma: le quotazioni e l'andamento delle Borse dimostrano che, sebbene gli Stati Uniti abbiano numeri di bilancio peggiori di quelli europei, gli investitori continuino a considerarli più forti. Perché hanno un unico governo, un'unica banca centrale pronta ad intervenire, una valuta su cui gira l'intera economia mondiale.

 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sono sessantasei i fascicoli di polizze infortuni in favore dei dirigenti di cui si sono perse le tr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Questo shock senza precedenti potrebbe causare qualche vittima tra le banche». Un Ignazio Visco i...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Non sarà possibile avere il Recovery Fund in funzione dal primo gennaio 2021 e anche il Bilancio ...

Oggi sulla stampa