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Le Borse passano indenni l’«annus horribilis» della politica europea

«Rischio politico senza precedenti» annunciava Hsbc alla fine del 2016. «Aumenta l’incertezza elettorale» aggiungevano gli economisti di Citigroup negli stessi mesi di un anno fa. Il 2017 era iniziato così: con il rischio politico in Europa, dopo le elezioni americane e il referendum su Brexit, in forte crescita. L’indice che misura proprio l’incertezza politica nel Vecchio continente ha infatti toccato i massimi storici nel 2016 e preannunciava un 2017 di fuoco. Eppure ora che l’anno volge al termine, persino dopo elezioni tedesche dall’esito più insidioso del previsto, possiamo “dis-incrociare” le dita: il rischio politico quest’anno non si è infatti materializzato. Il problema si riproporrà nel 2018, quando si terranno le elezioni in Italia: molte banche d’affari già suggeriscono di speculare «contro» i BTp. Ma per ora hanno poco seguito.
Sta di fatto che il grande spauracchio con cui si apriva il 2017 quest’anno non si è concretizzato. In Francia, dove le elezioni dal punto di vista dei mercati si giocavano tra il «sì» all’Europa di Macron e il «no» di Marine Le Pen, il voto ha dato una forte impronta europeista al Vecchio continente. In Olanda idem. Questo ha tranquillizzato gli investitori, che vedono la rottura dell’euro come il peggior incubo per i loro portafogli. Il voto in Germania, pur con tutte le incognite sulla futura coalizione di Governo, ha comunque incoronato per la quarta volta Angela Merkel. Lo scenario di una coalizione «Jamaica» con Liberali e Verdi pone maggiori incognite sulla riforma dell’Europa, vero, ma non rappresenta agli occhi dei mercati un cambio drastico di rotta. Potrebbe rallentare il percorso di revisione dell’impalcatura europea, potrebbe creare un po’ di volatilità su Borse e bond. Ma nulla che possa davvero cambiare il futuro in maniera shock.
Tanto rumore per nulla, dunque? Tanto allarme ingiustificato? Dobbiamo presumere che il rischio politico torni ad essere quello che è sempre stato per i mercati, cioè un semplice rumore di fondo? In realtà non è così. Nel 2017 il rischio non si è materializzato solo perché il voto, soprattutto in Francia, è andato nella direzione auspicata dagli investitori. Ai mercati solitamente non interessa chi vinca le elezioni, che coalizione si formi o quali equilibri politici si creino. Ai mercati interessa che non si materializzino situazioni “estreme”: cioè che non si concretizzi il rischio che si spacchi l’euro o qualcosa di altrettanto dirompente. E, per quanto l’avanzata dell’estrema destra preoccupi anche in Germania, nulla di clamoroso si percepisce all’orizzonte.
Il rischio “estremo”, per i mercati, resta possibile solo in Italia. Ma la tensione per ora è limitata. Per due motivi: da un lato il voto è considerato ancora lontano, dall’altro entrambi i partiti percepiti anti-europeisti (Movimento 5 stelle e Lega) hanno fatto una mezza marcia indietro a inizio settembre sull’uscita dall’euro. Questo ha rincuorato gli investitori e spostato più in avanti il timore. Tanto che l’indice europeo sull’incertezza politica è sceso: nel 2016 aveva toccato il record di 454 punti, mentre ora viaggia sui 114. Però la calma è solo apparente: molte grandi banche d’affari già ora suggeriscono di andare “contro” (short in gergo tecnico) i titoli di Stato italiani. «Noi siamo pronti col dito sul grilletto», confessa un gestore di fondi. Ma se ne parlerà l’anno prossimo.

Morya Longo

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