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Le Borse falliscono il rimbalzo

Volatilità. È la parola attraverso cui può riassumersi la seduta di ieri. In una giornata festiva, con volumi limitati, i listini azionari sono saliti letteralmente sulle montagne russe. Una prova? Arriva dalla stessa Piazza Affari. In ribasso a metà mattinata, il Ftse Mib è tornato sopra la parità. Di lì è stato un susseguirsi di sali e scendi. Ad un’ora dalla chiusura l’indice è arrivato addirittura a guadagnare oltre l’1,7%. Poi però in poco più di 50 minuti, complice la retromarcia di Wall Street, è rotolato verso il basso, chiudendo in calo dello 0,25%. Un rosso, con Madrid maglia nera (-1,22%), che ha caratterizzato le principali Borse del Vecchio Continente. 
Al di là della volatilità, e delle performance dei listini, quali le cause dei movimenti azionari?
In primis deve certamente ricordarsi il petrolio. L’oro nero ha proseguito la sua corsa verso il basso. In Europa il petrolio statunitense di qualità Wti è sceso, nell’intraday, sotto la soglia dei 48 dollari al barile (47,89 dollari). Quello del Mare del Nord, anch’esso sui minimi, è rotolato in serata a 51 dollari al barile.
A fronte di una simile dinamica gli investitori si sono innervositi e, aiutati dalla scarsa liquidità, alla fine hanno prevalso per i «sell».
Peraltro, l’impostazione ribassista è stata aiutata anche da un report di Moody’s. L’agenzia di rating ha sottolineato che l’industria petrolifera sta entrando in un 2015 «difficile» a causa del crollo del greggio. Se nel 2015 il petrolio resterà attorno ai 55 dollari al barile, il calo dei ricavi «colpirà l’utile dei gruppi produttori, riducendo i flussi di cassa da reinvestire».
Ma non è stato solamente l’oro nero. Altro elemento che, seppure più sullo sfondo, persiste è il tema della Grecia. Cioè, più in generale, la capacità di resistenza dell’euro. Nell’ultima seduta la moneta unica ha mostrato ulteriore debolezza. Certo, in serata il cambio con il dollaro è tornato intorno a quota 1,1931. E, però, durante le contrattazioni la divisa di Eurolandia è andata al di sotto di 1,19.
A ben vedere, il valore in sè non è basso. E non è neanche un male per l’export di molte economie (compresa quella italiana). Ciò detto, le motivazioni che lo spingono all’ingiù non sono tutte così «sane». Un ruolo lo gioca la divergenza tra le politiche monetarie: la Fed è attesa alla stretta sui tassi, mentre la Bce deve varare il Qe sui titoli di Stato. E, tuttavia, proprio le cause che spingono per il Quantitative easing sono quelle che esprimono la debolezza dell’Eurozona. Così, ieri non ha aiutato il dato consuntivo sul Pmi di dicembre. Quest’ultimo è risultato a quota 51,4 contro i 51,1 di novembre. Un valore, insomma, pur sempre in crescita ma al di sotto della stima flash (51,7). Il che non ha indotto all’ottimismo.
A ben vedere, i dati macroeconomici non sono stati così positivi nemmeno negli Usa. Solo gli ordini industriali sono stati meglio delle attese. Delusione, invece, per l’indice Pmi dei servizi. In un simile contesto (sempre ricordando il market mover del petrolio) c’è stato un sell off dall’azionario di cui, peraltro, si sono avvantaggiati i Treasury. La ricerca di sicurezza ha fatto scendere il rendimento del T Bond a 10 anni sotto il 2%. In Italia, da parte sua, lo spread BTp- Bund ha chiuso in rialzo a 141 punti base. Una dinamica, nonostante il tasso del buono italiano abbia toccato l’1,77% (1,85% la chiusura), dovuta al calo di quello del Bund (0,45). Un rendimento di fatto nullo. E oggi si attende l’inflazione Ue.
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