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Le Borse europee sbandano su Cipro

Quando ieri sera gli indici di Piazza Affari hanno terminato le contrattazioni, gli operatori hanno tirato un sospiro di sollievo: «Poteva andare peggio», è stato il commento prevalente dai desk di tutto il mondo. La Borsa di Milano che aveva aperto con un calo del 2,8% ha limato le perdite terminando a -0,8 per cento mentre lo spread ha chiuso a 322 centesimi dopo avere toccato 335 punti base. Lo stesso è successo ai listini europei che alla fine hanno contenuto le perdite con Madrid -1,15%, Francoforte, Londra e Parigi -0,4 per cento. Anche Wall Street ha chiuso in lieve calo: DJ -0,43%, S&P’s -0,62% e Nasdaq -0,45 per cento.
La crisi cipriota e con essa la decisione del prelievo forzoso dai conti correnti locali per potere accedere agli aiuti europei, è stata una doccia fredda per tutti. La notizia era arrivata sabato scorso e per i trader il fine settimana è stato da incubo con i timori di un contagio nel resto dell’Europa che hanno portato la mente indietro di qualche anno. Le prime avvisaglie di una seduta difficile erano arrivare dalle Borse asiatiche che avevano archiviato la peggiore seduta degli ultimi otto mesi con il Nikkei -2,71%, Shanghai -1,68%, Taiwan -1,47%, Sidney -2,05%, Seoul -0,92 per cento. L’unica Borsa, in questa parte del mondo, ad avere chiuso in territorio positivo era stato il listino dello Sri Lanka, +0,36 per cento. Una débacle che ha bruciato 180 miliardi di dollari di capitalizzazione, un valore equivalente a sette volte la dimensione dell’economia di Cipro. I più colpiti sui listini asiatici i titoli dei produttori di materie prime. I riflessi si erano fatti sentire immediatamente sull’euro sceso ai minimi degli ultimi tre mesi contro il dollaro a 1,2882 e a 123,07 contro lo yen.
I timori di un contagio hanno messo in allarme anche Washington che in serata ha fatto sapere di monitorare la vicenda auspicando un salvataggio di Cipro «responsabile e giusto». I mercati resteranno per un pò con il fiato sospeso dal momento che la decisione del governo sul prelievo forzoso prevista per ieri è slittata a giovedì. A fine seduta qualche analista si è spinto a dire che se la crisi di Cipro fosse accaduta nel 2010, sarebbe stata più insidiosa perché l’economia americana era molto più fragile e si temeva per l’hard landing della Cina. Oggi, invece, questa crisi è arrivata in una fase in cui l’economia mondiale è un po’ più solida.
A fare cambiare gli umori, la notizia della telefonata tra Eurogruppo e Cipro per rivedere gli scaglioni di prelievo: Commissione europea, Bce e diversi governi stanno premendo affinché il peso della tassazione sui depositi ricada più sui grandi correntisti che sui piccoli. Nelle banche cipriote i depositi sono ricchissimi visti i tassi alla clientela straordinariamente favorevoli: basti pensare che gli attivi bancari erano circa 5 volte il Pil dell’isola. Ma la decisione iniziale concordata con l’Eurogruppo è apparsa subito troppo squilibrata con una tassazione del 6,75% sui depositi sotto centomila euro e del 9,9% per quelli sopra. Un’ipotesi allo studio prevede invece un prelievo del 3% sotto centomila euro, del 10% fra centomila e mezzo milione, del 15% oltre.
Tuttavia va anche rilevato che al momento a Cipro vige un regime fiscale piuttosto accomodante, e che era problematico per i partner europei varare un salvataggio che si ritiene andrà indirettamente anche a favore di coloro, in particolare gli oligarchi russi, che usano le banche dell’isola per riciclare denaro sporco.

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