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Le Borse esplorano quota 95mila miliardi, nuovo record storico

Siamo nel mese dei record. L’indice azionario globale Msci viaggia da tre sedute in territorio inesplorato. Così come la capitalizzazione delle Borse che ha superato per la prima volta i 95mila miliardi di dollari, ben oltre il Pil del pianeta (83mila miliardi). Per avere un’idea, basti considerare che a fine marzo, nel momento più critico del contagio finanziario della pandemia, il valore dei listini era scivolato sotto i 60mila miliardi. A inizio settimana ha toccato i massimi storici l’indice S&p 500 (ieri leggermente contrastato) mentre la Borsa di Tokyo, dopo lo scatto dell’ultima seduta (+0,42%) si è riportata al top degli ultimi 30 anni. Quanto a Piazza Affari ieri ha archiviato l’ottavo rialzo (+0,55%) in 10 sedute portandosi sui livelli di sette mesi fa. Da inizio mese il Ftse Mib è, dopo il +22% di Madrid, il migliore indice europeo (+19%), beneficiando della violenta rotazione in atto dai titoli “growth” ai titoli “value”. Essendo sbilanciato proprio su questi titoli (bancari, energetici, ecc.) l’indice milanese sta riacquistando una vivacità smarrita da tempo. Anche se per tornare sui suoi massimi (quei 50.108 punti toccati il 6 marzo 2000) avrebbe bisogno di uno scatto del 134%. Al Dax 30 di Francoforte (che nelle ultime due settimane ha corso meno causa la minor presenza di titoli ciclici nel paniere) mancherebbe appena un allungo del 5% per superarsi (top a febbraio 2020).

È chiaro che ogni listino tende a brillare o meno di luce propria ma è anche evidente che in questo momento, nonostante dopo tante sedute in tono positivo sia fisiologico attendersi una correzione, il momentum pare ancora positivo. Ci sono infatti, a detta degli esperti, almeno cinque motivi perché la fase favorevole (a tratti pericolosamente euforica) possa mantenere perlomeno nel breve il proprio slancio. A cominciare dall’effetto-vaccini. Dopo gli annunci di Pfizer e Moderna gli investitori aspettano ora i dati preliminari sul vaccino di Astrazeneca e il via libera della Fda al farmaco di Regeneron (il monoclonale che ha curato Trump). Ai mercati piace la concorrenza e il fatto che ci possa essere un bouquet di soluzioni sul fronte della lotta al Covid. La forte rotazione in atto verso i titoli ciclici è partita proprio la scorsa settimana, dopo l’annuncio di Pfizer. Il secondo fattore rialzista arriva dall’oil, uno dei settori value per antonomasia. L’OpecPlus pare intenzionato a prorogare i tagli alla produzione e questo gioca a vantaggio del greggio e delle società del comparto. Del resto, per quanto stia recuperando, il settore resta tra i peggiori da inizio anno con un -40% negli Usa e -25% in Europa.

E poi ci sono le banche centrali (terzo punto). Il rullo della Bce non si ferma: il bilancio ha superato per la prima volta nella storia 6.800 miliardi di euro, ovvero il 64% del Pil dell’Eurozona. La Bce sta doppiando nella politica di iniezione di liquidità persino la Fed, i cui circa 7.100 miliardi di dollari (ovvero 5.900 miliardi di euro) corrispondono al 34% del Pil Usa. Dicembre sarà un mese chiave perché il 10 (Bce) e il 16 (Fed) gli investitori si attendono nuove misure da parte delle prime due banche centrali al mondo. Non va dimenticato che le quotazioni finanziarie si reggono in buona parte proprio sul mare di liquidità delle banche centrali. «Liquidità che potrebbe essere prorogata fino al 2022 – spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte sim -. Per cercare di offrire un orizzonte più chiaro e definito e in parte compensare l’incertezza indotta dal Covid».

Non c’è però solo la fantaliquidità della politica monetaria, che in Italia peraltro ha accompagnato lo spread BTp/Bund a 120 punti. I listini stanno puntando anche su un rimbalzo dell’economia reale, come dimostrano i dati incoraggianti che arrivano dalla Cina e dall’accelerazione di alcune materie prime (come il rame) che solitamente tendono ad anticipare l’avvio di un ciclo. Il quinto punto a favore di nuovi record riguarda l’esigenza di window dressing (abbellimento contabile) di quei fondi che finora non sono saliti sui due treni rialzisti dell’anno, lo scatto delle tecnologie a partire da marzo e dei titoli value da una decina di giorni. «Molti investitori, tra cui anche importanti hedge fund, hanno perso alcuni di questi treni e potrebbero cercare di recuperare in coda d’anno per migliorare le proprie performance – continua Cesarano -. Ecco perché, pur non escludendo l’ipotesi di una correzione a fine novembre mi aspetto che complessivamente da qui a fine anno i fattori positivi dovrebbero battere i segnali contrarian». Tra questi c’è sicuramente quello relativo alla quota di cash in portafoglio nei grandi gestori che, stando alle ultime rilevazioni di Bofa, è scesa al 4,1%, tornando così ai livelli pre-Covid. È il segnale che i grandi investitori sono fortemente esposti sui mercati. Di solito quando si arriva alla soglia del 4% aumenta la probabilità di una correzione, perché i gestori vogliono ridurre esposizione e rischi. Staremo a vedere se sarà così anche questa volta, quando mancano sei settimane alla conclusione dell’anno più pazzo di sempre sui mercati. Quello in cui mentre il Pil si accinge a crollare come ai livelli della seconda guerra mondiale le Borse non sono mai state così in alto.

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