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Le Borse credono alla svolta della Bce

di Luca Davi

Una Banca centrale che possa accrescere le operazioni sul mercato secondario dei titoli di Stato sovrani. È a questa ipotesi che guardano con favore gli operatori di tutto il mondo, nella convinzione che possa così placarsi la crisi dei debiti sovrani in Europa. Ed è a questa soluzione che starebbe lavorando l'Eurogruppo: organismo che ieri, discutendo per la prima volta nella sua storia di questo meccanismo, ha toccato un tema considerato fino ad oggi tabù. Il percorso, certo, non è facile: perché al di là delle complessità tecniche dell'operazione (illimitata o no, temporanea o meno), ci sono da sciogliere i nodi politici. Che non sono pochi, ovviamente.

Nell'incertezza, tuttavia, i mercati preferiscono crederci. E si muovono di conseguenza, come accaduto anche nel corso della brillante seduta di lunedì. Così si spiega ad esempio l'andamento positivo delle Borse europee. Londra e Parigi hanno guadagnato lo 0,46%, Francoforte lo 0,95% mentre Madrid è cresciuta dello 0,1% e Milano dello 0,34%. Aumenti non eccezionali, ma comunque meritevoli d'attenzione, considerato il clima di profonda incertezza che tuttora condiziona lo scenario macro-economico del Vecchio Continente.

Negli Usa torna la fiducia

Buona parte del rialzo di ieri è in verità da ascrivere anche all'uscita del dato sulla fiducia dei consumatori americani. Ebbene, i numeri del Conference Board mostrano un balzo a livelli del tutto inattesi: in novembre la fiducia è salita interrompendo sei mesi di continui cali attestandosi a 56 punti, mettendo così a segno l'incremento mensile maggiore dal 2003. La ricerca svela insomma un inaspettato ottimismo tra i maggiori consumatori mondiali e trova del resto conferma anche nell'ottimo risultato delle vendite registrate nell'ultimo Black Friday americano (+6,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno).

Gli americani, insomma, sembrano voler segnalare una gran voglia d'acquisti in vista del prossimo Natale. E, come ogni buona notizia, questo ha la capacità di alimentare l'appetito per il rischio. Ecco come si spiega quindi il rialzo dell'indice americano S&P 500 (+0,22%) e Dow Jones (+0,28%). Ed ecco come si spiega, per analogia, anche il deprezzamento di un asset rifugio come il Treasury, i cui rendimenti (che si muovono in maniera inversa ai prezzi) sulla scadenza decennale sono aumentati di 3 punti base, al 2,002 per cento.

I riflessi dell'asta italiana

Che le nuvole sul mercato, soprattutto in Europa, siano però ben lungi dall'essere spazzate via, lo evidenzia anche il risultato dell'asta di titoli di Stato italiani a 3, 9 e 10 anni. Se è vero che il collocamento ha avuto una buona risposta da parte degli investitori (per dettagli si veda a pagina 3), è anche vero che i rendimenti offerti hanno raggiunti quote da far tremare i polsi: il 7,89% sul triennale e il 7,56% sul decennale. Secondo gli analisti, si tratta di livelli che non possono essere sostenuti nel lungo termine. Lo spread, complice anche il lieve progresso del rendimento del Bund, si è leggermente assottigliato chiudendo a fine giornata a 495 punti base dai 500 della giornata precedente.

Un quadro a tinte fosche sul settore bancario, sempre più esposto ai rischi connessi alla svalutazione dei titoli di Stato sovrani, è anche quello tratteggiato dall'agenzia di rating Moody's, che ha acceso il faro su 87 banche europee (si veda articolo in basso) in vista di una possibile revisione al ribasso dei rating sul debito subordinato. Contrastata la reazione dei mercati alla notizia, visto che i trader hanno punito i titoli interessati dall'allarme per premiarne altri ugualmente segnalati. Dexia ha ceduto il 3,98%, Lloyds il 2,09% ma ha corso Bank of Ireland (+4,82%) a Dublino, mentre a Francoforte Commerzbank ha guadagnato l'1,83%. Bene anche Ubs (+1,42%) a Zurigo e Banco Popolare (+1,41%) a Milano, dove Intesa Sanpaolo ha guadagnato lo 0,17% e UniCredit ha ceduto lo 0,99%. Le tensioni tra le stesse banche rimangono elevate, come conferma il fatto che i depositi "overnight" presso la Bce sono saliti a quota 281,4 miliardi contro i 256,25 di venerdì. Il record storico dello scorso 7 novembre, quando furono raggiunti i 298,59 miliardi, è lontano. Ma la paura crescente degli istituti a prestarsi soldi, preferendo depositarli presso la Bce a un tasso inferiore rispetto all'overnight, è pur sempre un brutto segnale.
 

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