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Le Borse cadono su Grecia e derivati

Da tabù a tema di aperta discussione dei banchieri centrali: la minaccia dell’uscita di Atene dall’euro si allunga come un’ombra sul futuro dell’Europa e della moneta unica. Dopo un weekend di trattative infruttuose, ancora ieri i partiti greci non avevano trovato un accordo sulla formazione di una maggioranza capace di confermare gli accordi presi con la Troika nei mesi scorsi. E così il rischio di nuove elezioni a giugno appare più concreto, nonostante all’orizzonte si faccia strada l’ipotesi di dar vita a un esecutivo tecnico.
In uno scenario così incerto gli operatori ieri hanno reagito nella maniera più prevedibile: alleggerendo le posizioni sugli asset ritenuti più rischiosi (come azioni, specialmente bancarie, l’euro e titoli governativi periferici, come BTp e Bonos). E si sono rifugiati negli investimenti percepiti come più sicuri, come i Bund tedeschi o i Treasury americani.
L’effetto più netto si è visto sulle borse dell’Eurozona, che hanno bruciato circa 120 miliardi di capitalizzazione e sono arretrate ai minimi da 4 mesi: Atene è affondata del 4,56%, scendendo così ai minimi dal 1992. Londra ha perso l’1,97%, Parigi il 2,29%, Francoforte l’1,94%. Peggio però hanno fatto Milano e Madrid, che hanno lasciato sul terreno rispettivamente il 2,74% e il 2,66%, affossate dal crollo dei titoli bancari (-2,76% il settore in Europa).
Insomma, periferici ancora una volta nel mirino. Anche sul fronte obbligazionario, dove sia Italia che Spagna sono riuscite a effettuare nuove aste di bond, sebbene con un aumento dei rendimenti. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi, sulla piattaforma Reuters, si è attestato a 439 punti (dopo aver toccato un massimo di 451 punti), a 423 punti su Bloomberg. Il rendimento del decennale è salito così al 5,88% (dati Reuters). Peggio è andata in Spagna, dove il differenziale sui Bund è salito al picco record di 481 punti. L’ampliamento del differenziale si deve ovviamente all’aumento dei rendimenti dei titoli italiani e spagnoli. Ma in parte anche al boom di domanda degli investitori di titoli di Stato di Berlino, i cui rendimenti – che si muovono inversamente ai prezzi – hanno aggiornato ancora una volta i minimi storici, scendendo a quota 1,43% sulla scadenza decennale.
Difficile dire se l’uscita dell’Eurozona evocata da diversi partiti ellenici sia un bluff, un modo per ammorbidire le richieste dell’Ue verso un consolidamento del bilancio.
Certo è che più che di “Greek exit” – operazione che, di per sè, potrebbe anche essere tollerata dal sistema finanziario europeo e mondiale – a fare paura ai mercati è il rischio che Atene possa non essere un’eccezione. «Tra gli operatori inizia a serpeggiare lo scenario peggiore, un effetto domino, con corsa agli sportelli in mezza Europa e un crack della moneta unica», spiega un operatore. Non è un caso che proprio ieri la moneta unica sia caduta a quota 1,2825 contro il dollaro, ai minimi da gennaio.
Non c’è però solo la Grecia nel pensiero degli investitori. È lo scenario complessivo che è poco incoraggiante. Il settore bancario spagnolo resta in bilico, nonostante i nuovi accantonamenti imposti agli istituti (30 miliardi), complice l’esposizione da 330 miliardi al terremotato settore immobiliare. Non solo. Un ulteriore elemento di preoccupazione è rappresentato dal buco di Jp Morgan sui derivati, che rischia di raggiungere i tre miliardi di dollari (si veda per dettagli a pagina 6). E infine poco incoraggianti sono anche i dati macroeconomici: la produzione industriale dell’eurozona a marzo è scesa dello 0,3% rispetto a febbraio, quando era cresciuta dello 0,8%. Un quadro a tinte fosche con cui i ministri delle Finanze riuniti oggi a Bruxelles per l’Ecofin dovranno fare certo i conti.

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