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Le blue chip «globali» agganciano la ripresa

di Vittorio Carlini

La grande industria made in Italy va. Certo, ogni società ha una storia a sé. Tuttavia il trend delle blue chip industriali è chiaro: a fine 2010 il giro d'affari ha raggiunto 335,18 miliardi di euro, in crescita del 12,6% rispetto ai 297,4 miliardi dell'anno precedente. Un balzo in avanti che si replica, ancora con più forza, sull'ultima riga di bilancio: gli utili sono saliti a 22,17 miliardi; al 31 dicembre di due anni fa erano 16,6 miliardi, cioè il 32,9% in meno.

«Il dato non stupisce – commenta Luca Ramponi, direttore investimenti di Aureo gestioni Sgr –. In generale è la conseguenza della ripresa economica. Una rimonta, però, a macchia di leopardo di cui hanno approfittato soprattutto le aziende realmente globali». L'incremento del Pil italiano dell'1,3% «ha sì aiutato, ma certamente non sarebbe stato sufficiente». Così come la stessa jobless recovery americana (+2,9% il Prodotto interno lordo) non ha dato sufficiente spinta. «La vera benzina è arrivata dai paesi emergenti». Basta pensare, ad esempio, a Telecom Italia. A fine 2010 il fatturato è cresciuto a 27,5 miliardi (+2,5%) anche grazie al consolidamento degli asset in Argentina, per un valore di 798 milioni. Senza dimenticare peraltro, come sottolinea Il Sole 24 Ore Analisi mercati finanziari, l'effetto dei cambi: il contribuito è di 902 milioni di euro, di cui ben 890 relativi alla sola Business Unit Brasile.

Ma non è solo il mondo emergente (meglio, già emerso), come mercato dove rincorrere direttamente la domanda aggregata. Un settore importante del Ftse Mib, quello petrolifero, ha sfruttato la corsa delle commodity. Eni, il cui giro d'affari è salito a 98,5 miliardi (+18,4%), è stata sospinta dall'incremento del prezzo del petrolio. «Nel 2010 – ricorda Alessandro Capeccia, gestore di Azimut Sgr – il barile ha sfiorato gli 80 dollari. Un trend proseguito anche quest'anno, dove il Wti statunitense è salito fino a 120 dollari».

Risultato? Il Cane a sei zampe ha continuato nel 2011 la sua corsa: nel primo trimestre, nonostante il problemi legati alla rivolta in Libia, ha raggiunto un utile netto di 2,55 miliardi (+14,6%), in gran parte grazie proprio alla performance del business Exploration & Production. Petrolio, caro petrolio, insomma? Non proprio, almeno non per tutti. A conferma che, al di là degli aggregati numerici, ogni società è storia a sé basta dare un'occhiata dalle parti di Tenaris. A rigor di logica la società, ben presente nel settore delle pipeline per petrolio e gas, avrebbe dovuto crescere. Invece, il gruppo ha registrato un calo del giro d'affari: i ricavi delle vendite sono passati da 8,149 miliardi di dollari, nel 2009, a 7,711 dello scorso esercizio. Motivo? La riduzione, si legge nel comunicato sull'ultimo trimestre 2010, delle forniture in Sud America.

«Chi invece – sottolinea Capeccia – ha pagato inevitabilmente dazio al caro-bolletta energetica è il settore dei cementieri». La conferma arriva dai numeri di Buzzi Unicem: le vendite del gruppo sono calate da 2,671 miliardi a 2,648; ma, soprattutto, l'azienda ha archiviato lo scorso esercizio con una perdita di oltre 63 milioni. Un risultato che è conseguenza della debolezza dei prezzi e dell'aumento di costi, in particolare dei combustibili.

Combustibili che, in qualche modo, avrebbero dovuto dare pensieri anche a Enel. Qui, però, sono soprattutto gli eventi contingenti che hanno influenzato i numeri della società guidata dal ceo Fulvio Conti. Il gruppo ha raggiunto un giro d'affari di 73,37 miliardi (+14%) grazie a un mix di fattori: da un lato, sono state le maggiori vendite di energia (leggi Russia); dall'altro, l'effetto del consolidamento integrale di Endesa, dopo l'acquisto dell'ulteriore 25,01% dell'utility spagnola.

Ma per il colosso energetito italiano, passaggio fondamentale è stata la quotazione del business verde di Enel Green Power. Una mossa finalizzata ad abbattere il debito che, infatti, è sceso da 50,8 miliardi del 2009 a 44,9 del 31 dicembre scorso.

Già l'indebitamento. Su questo fronte, le blue-chip industriali possono vantare un forte miglioramento: la posizione finanziaria è migliorata di 20 miliardi. «Un effetto – spiega Ramponi – dei tassi bassi, che hanno permesso di remunerare il credito a costi minori rispetto al passato». «Cui si aggiunge – fa da eco Capeccia – anche l'ulizzo dei cash flow per migliorare la propria forza creditizia».

Fin qui la fotografia sui bilanci 2010: ma quali le aspettative per l'anno in corso? «Il fatturato degli industriali in Italia dovrebbe salire, in media, fin'anche del 10 per cento». «Rispetto ai profitti, invece, assisteremo a un rallentamento – riprende Ramponi –. Ma comunque in salita: attorno al 16 per cento».

 

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