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Le banche Usa si preparano al peggio. Dai big già accantonati 20 miliardi

Sono caduti all’unisono, scossi dalla pandemia e dall’imperativo di moltiplicare le riserve in vista dei traumi che incombono. I profitti di Bank of America sono scivolati del 45% e quelli di Citigroup e Goldman Sachs del 46% nel primo trimestre del 2020 che ha risentito delle dure ma ancora solo iniziali ripercussioni del coronavirus.

Le cinque principali banche americane, comprese JP Morgan e Wells Fargo che avevano inaugurato martedì la stagione dei bilanci con cali negli utili del 69% e dell’89%, hanno collettivamente fatto scattare nuovi mega-accantonamenti per 20,1 miliardi di dollari a fronte della crisi e di possibili spirali di default e sofferenze. Schiacciando gli utili tra gennaio e marzo, in un segno dei forzati ripensamenti delle priorità in corso, a una cifra combinata che è poco più della metà delle addizionali riserve, 11,35 miliardi.

I protagonisti dell’alta finanza sono riusciti in realtà a navigare con successo la volatilità dei mercati, che ha sostenuto le performance delle attività di trading. Goldman è stata capace di aumentare le entrate della divisione del 28 per cento. Ma questo non è affatto bastato ad alleviare le bufere in arrivo dall’economia reale, da Main Street piuttosto che da Wall Street: la stessa Goldman, pur considerata meno vulnerabile di altri istituti a tradizionali prestiti a imprese e consumatori, ha accantonato in tre mesi 937 milioni, quasi quanto aveva stanziato nell’intero anno scorso.

Le nubi sul sistema finanziario e bancario si addensano anche per colossi, quelli americani, usciti risanati e rafforzati dalla passata crisi del 2008. Il peggio rimane all’orizzonte, quando il danno all’economia filtrerà appieno nei bilanci – una preoccupazione evidenziata ieri da flessioni in Borsa tra il 4% e il 6% dei titoli delle banche, Goldman esclusa, ritenute più esposte agli shock. Il danno è stato preannunciato, tra gli analisti e gli operatori, da vendite al dettaglio già in marzo reduci da crolli record dell’8,7%; da una produzione industriale il mese scorso caduta del 5,4%, il massimo dal 1946; da un indice manifatturiero di New York in aprile precipito a un -78,2 senza precedenti. Con decine di milioni di nuovi disoccupati – probabilmente oltre 20 nelle ultime quattro settimane – un terzo degli affitti non è stato pagato e le carte di credito emesse dalle banche potrebbero seguire simili destini. Misure e azioni per contrastare la pandemia a loro volta gravano sulle banche: da tassi d’interesse azzerati all’esercito di aziende che, per sopravvivere, attinge a piene mani alle linee di credito, 144 miliardi in una settimana a marzo stando a Morgan Stanley. Il settore è inoltre al centro dei complessi piani federali di soccorso al business, per concedere prestiti da centinaia di miliardi sostenuti dal governo: fioccano polemiche su ritardi e criteri usati dagli istituti nell’elargire fondi e identificare beneficiari.

Dai primi tre mesi dell’anno Goldman è uscita con utili quasi dimezzati a 1,21 miliardi e ricavi sostanzialmente invariati a 8,74 miliardi. Il trading, trainato anzitutto dalla performance nel reddito fisso, ha contribuito alle revenue 5,16 miliardi. Collocamenti azionari e obbligazionari hanno messo a segno un incremento del 29 per cento. Citigroup ha riportato un’erosione degli utili a 2,52 miliardi, nonostante entrate lievitate del 12% a 20,73 miliardi grazie, a sua volta, alle attività di trading e investment banking. La divisione impegnata sui mercati ha portato in dote un aumento del 39 per cento. I nuovi accantonamenti della banca sono stati pari a 4,92 miliardi, quasi due terzi nella divisione dedicata ai consumatori. Bank of America ha sollevato il sipario su profitti scesi a 4,1 miliardi e entrate diminuite dell’1% a 23 miliardi. Nuove riserve da 3,6 miliardi sono state stanziate per esorcizzare lo spettro di prestiti in sofferenza o inesigibili.

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