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Le banche sono il nuovo «spread»: così Brexit colpisce le fragilità italiane

È vero che Brexit ha creato un terremoto borsistico ovunque. È vero che tutte le banche europee crollano sui listini. Ma se quelle italiane dal referendum britannico di giovedì scorso hanno perso il 29,27%, contro il 19,86% medio di quelle spagnole, il 18,48% di quelle tedesche e il 16,36% di quelle inglesi, un motivo ci sarà. Anche perché le banche italiane è da inizio anno che perdono in Borsa più di tutte le altre: addirittura quasi il doppio (-56% contro -31%) di quelle spagnole.
È evidente che su di loro si stia scaricando quella furia finanziaria che non può più sfogarsi sui titoli di Stato perché “protetti“ dalla Bce. Lo shock di Brexit sta insomma aggredendo un sistema bancario che ha certamente molte fragilità, ma che rappresenta per gli investitori anche il modo più facile per ridurre il rischio-Italia. Anche le banche tedesche hanno infatti enormi vulnerabilità (a partire dalla montagna di derivati che hanno in bilancio), ma hanno dietro uno Stato più solido e dunque sono meno soggette a speculazione. Insomma: le banche sono il nuovo «spread».
I problemi strutturali
Questo non vuol dire che quelle italiane non abbiano problemi. Anzi. Il nodo più stretto che stringe il cappio intorno al loro collo, si sa, è quello dei crediti deteriorati. Quelli lordi superano i 350 miliardi di dollari, dei quali circa 200 in sofferenza. È vero che sono stati svalutati più che all’estero e che sono coperti in buona parte da garanzie, ma è anche vero che si tratta di una montagna ben superiore a quella media delle altre banche europee: secondo i dati dell’Eba i crediti deteriorati ammontano in Italia al 16,7% del totale prestiti, contro il 3,4% delle banche tedesche, il 2,9% di quelle olandesi, il 4,3% di quelle francesi, il 7,1% di quelle spagnole.
Oltre a questo problema, gli istituti creditizi italiani sono afflitti dallo stesso male che colpisce l’intero sistema bancario in Europa: quello dei tassi a zero. Un flagello che ha eroso i ricavi derivanti dall’erogazione di prestiti. I dati parlano chiaro: se nel 2007 le prime 12 banche italiane ricavarono dall’intermediazione creditizia 93 miliardi di euro (dato di Capital IQ), nel 2015 la stessa attività ha fruttato solo 48,6 miliardi. Problema analogo in tutta Europa: i primi 20 istituti continentali hanno ridotto i ricavi da attività creditizia dai 709 miliardi del 2007 ai 433 del 2015. Sommando questo problema continentale a quelli specifici di ogni Paese (le sofferenze in Italia, i derivati in Germania e Francia e così via), la fragilità è comune a tutta Europa. Purtroppo la speculazione di Borsa non tratta tutti allo stesso modo. Questo è il problema.
Piove sul bagnato
Brexit è arrivata in questo contesto già fragile. Penalizzando, anche per un motivo di copertura dei portafogli dal rischio-Paese, soprattutto alcuni sistemi bancari come il nostro. È per questo che le Autorità stanno valutando se intervenire subito per arginare il tracollo di Borsa: prima che la speculazione si trasformi in una crisi sistemica, prima che aggravi ulteriormente le vulnerabilità delle banche italiane, prima che la crisi creditizia si trasformi in una nuova recessione economica.
Proprio per via delle loro fragilità, infatti, molte banche italiane avranno presto bisogno probabilmente di aumentare il capitale. Gli analisti stimano che UniCredit (tutt’ora in cerca di un capo-azienda) debba prima o poi varare un nuovo aumento di capitale da 5-7 miliardi e che a Carige servano almeno 500 milioni. Più controverso il caso di Mps, che attende entro fine luglio l’esito degli stress test: se non dovesse riuscire a smobilizzare un po’ di crediti in sofferenza, anche a Siena potrebbero rendersi necessarie nuove iniezioni di capitale. Il problema è che con una Borsa così isterica, è impossibile sia aumentare il capitale che vendere crediti deteriorati. A quel punto la crisi bancaria non sarebbe più solo borsistica, ma reale. E con essa il rischio di recessione.

Morya Longo

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