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Le banche mandano in rosso Piazza Affari

Un balletto con cambio di cavaliere. Così, in linea di massima, può riassumersi la giornata di ieri delle Borse europee.
I listini, fino al primo pomeriggio, sono stati guidati dal petrolio. La danza in sincrono, tuttavia, si è interrotta con l’apertura di Wall Street.
Il mercato Usa è balzato all’ingiù sparigliando le carte nel Vecchio continente. In particolare le vendite sull’S&P 500, partite dal settore bancario, hanno allargato i loro effetti sugli stessi titoli del credito europei (lo Stoxx 600 bank ha ceduto il 2,3%).
Questo flusso ribassista, però, ha dettato il «la» solo fino a mezzora dalla chiusura. A quel punto, infatti, il petrolio si è preso nuovamente il ruolo da cavaliere. Il motivo? La pubblicazione dei dati sulle scorte settimanali statunitensi di oro nero. Il numero, seppure inferiore alle stime, è risultato in rialzo di 2,14 milioni di unità. Una dinamica che, complici gli algoritmi automatici, ha fatto scivolare il prezzo del barile. Inevitabilmente, le Borse Ue hanno subito l’ulteriore frustata. Anche se con intensità differente.
Così Milano ha chiuso la seduta con la peggiore performance in Europa (-1,5%). Subito dietro si è accodata Madrid (-1%). In rosso la stessa Londra che, sofferente anche per il tema legato alla Brexit, ha lasciato sul parterre lo 0,9%.
Diversa, invece, la musica in quel di Parigi e Francoforte: la prima ha resistito poco sopra la parità (+0,13%) mentre la seconda ha guadagnato lo 0,9 per cento.
Al di là di percentuali e petrolio il signor Rossi però domanda: perchè, nel pomeriggio, l’ondata di vendite su Wall Street e i suoi titoli bancari? A ben vedere è un mix di cause. Dapprima, va detto, non paiono avere avuto grande peso i dati macroeconomici. Certo: le richieste di sussidi di disoccupazione, negli Usa, la scorsa settimana sono calate di 7.000 unità. Un miglioramento del mercato del lavoro che, rispetto alla Fed, potrebbe indurre (momentaneamente) a ipotizzare pure l’accelerazione sulla stretta monetaria.
Ciò detto, però, lo scenario di fondo congiunturale non è mutato. Con il che l’interpretazione pare molto debole.
Maggiore consistenza, invece, deve attribuirsi ad un’altra argomentazione. Vale a dire quella che fa riferimento al continuo rialzo dei tassi dei bond high yield proprio delle banche Usa. In un simile contesto non stupisce che gli operatori abbiano venduto i titoli del credito.
Ma non è solamente una questione di obbligazioni societarie ad alto rendimento. A detta degli esperti, infatti, ieri diversi operatori hanno concretizzato le plusvalenze legate al mini rally dei listini degli ultimi giorni. Così facendo hanno venduto i titoli, in particolare quelli del settore del credito.
Infine non deve dimenticarsi che oggi scadono, tra le altre cose, i contratti di opzione. L’avvicinarsi del termine tecnico, evidentemente, ha indotto (soprattutto i market maker) a realizzare le coperture. Come? vendendo il sottostante del derivato. Con il che i titoli del credito sono scivolati ulteriormente all’ingiù.
Tra questi, quasi inutile sottolinearlo, quelli degli istituti italiani sono stati i più gettonati. Così, il Ftse Italia bank ha chiuso in calo del 4,9%. Un po’ meglio è andato alle azioni bancarie spagnole (-3,68%) e tedesche (-3%).
In un simile contesto lo spread BTp Bund è rimato invariato (134 punti base). Mentre, nel mondo delle valute, l’euro verso il dollaro è leggermente calato.
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