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Le banche italiane puntano a 37 miliardi di rifinanziamenti Bce

A tre anni di distanza dalla prima volta, la Bce ci riprova: inondare le banche degli stati membri di liquidità a tassi prossimi allo zero (0,15 per cento) nel tentativo di far ripartire gli investimenti e invertire il ciclo economico. Con una differenza rispetto alla tornata precedente: nel caso in cui i soldi ricevuti non dovessero essere girati alle imprese e alle famiglie — che è poi l’obiettivo principale del numero uno dell’Eurotower — dovranno essere restituiti con due anni di anticipo rispetto alla scadenza prevista al 2018.

E questa mattina sarà proprio la Bce a comunicare le richieste arrivate dai singoli paesi e da ogni banca interessata negli ultimi due giorni. L’Italia punta a portare a casa almeno 37 miliardi. A disposizione, in verità, ce ne sono molti di più: mille miliardi di euro. Una cifra colossale, che arriverà in più tranche: 400 miliardi tra oggi la prossima asta di fine dicembre. Poi altri 600 miliardi in sei aste successive, a scadenza trimestrale, entro la metà del 2016.
L’operazione viene indentificata con la sigla Tltro (Targeted long term rifinancing operation), con il primo termine che è stato aggiunto rispetto al passato. A identificare che, questa volta c’è un “obiettivo” in aggiunta: spingere la liquidità in direzioni che contrastino la recessione.
Sempre per ricordare l’altra regola principale delle aste della Bce, ciascuna banca potrà prendere a prestito un volume massimo pari al triplo dei prestiti netti effettivamente concessi a famiglie e imprese tra fine aprile e la data dell’asta in questione.
Fino a qui le tecnicalità. Ma per andare nel concreto, quanti fondi sono stati chiesti dalle banche italiane? Secondo il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è «realistico» pensare che la richiesta in arrivo dagli istituti di credito si aggiri attorno ai 37 miliardi di euro. Benefici pratici? Anche qui occorre basarsi sulle parole di una fonte autorevole, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il quale ha parlato di effetto favorevole pari allo 0,5 per cento del Pil. Le banche hanno parlato con la voce di Antonio Patuelli, il presidente dell’Abi (l’associazione di categoria) per il quale gli istituti «hanno presentato alla Bce una domanda massiccia». Poi ha rivolto un invito alle imprese, ideali destinatarie dei fondi, sollecitando «buone proposte su buoni piani industriali con trasparenza fiscale perché senza questi requisiti è penalmente vietato prestare a chi non merita ».
Ma sarà proprio così? L’agenzia di rating Fitch, ad esempio, sostiene che «difficilmente si riuscirà a far ripartire le economie dei paesi meridionali dell’Eurozona, anche se la richiesta di fondi dovesse risultare elevata ». Perché, in realtà, il problema non è la mancanza di liquidità, ma il fatto che le grandi imprese non investono, anche quelle ricche di risorse finanziarie proprie. Mentre per le Pmi il problema è diverso: le banche temono di investire in progetti considerati rischiosi.
Così, anche nel caso in cui dovessero rimborsare i fondi prima del previsto, le banche potranno comunque avere denaro a costo stracciato per due anni
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