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Le banche italiane migliorano il patrimonio ma hanno sofferenze ancora troppo alte

Capitale sufficiente ad affrontare le sfide operative, mentre resta sempre problematico, in generale, il nodo delle sofferenze che incide come conseguenza sulla redditività ancora molto bassa.
È?il quadro d’insieme del campione delle 14 banche italiane fotografate (sui bilanci del primo semestre 2015) dall’Eba, l’Autorità europea nel suo ultimo esercizio di trasparenza sul sistema bancario diffusa ieri. Le banche italiane sotto esame hanno in media un livello di Cet1 che ammonta all’11,5%. Livello più che accettabile anche se più basso della media europea che si colloca al 12,8%. Ma è pur vero che l’Italia è il Paese che nell’ultimo anno e mezzo ha messo a segno il miglioramento più ampio con un incremento di due punti percentuali (media europea 1,7%) grazie alle forti ricapitalizzazioni effettuate nel 2014. Se il patrimonio necessario a presidio delle attività pesate per il rischio oggi non è più il problema numero uno delle banche italiane, il vero handicap continuano a essere le sofferenze e in generale i crediti deteriorati. Dalla disanima dell’Eba emerge che i prestiti non performing sono in percentuale, sul totale degli impieghi, il triplo rispetto alla media Ue. Per l’Italia infatti i crediti malati rappresentano il 16,7% del portafoglio totale e il 17,1% del Pil ben al di sopra della media Ue che è del 5,6% e del 7,3% rispettivamente. Peggio dell’Italia fanno Paesi come l’Irlanda, la Slovenia, l’Ungheria e Cipro. Paradossale la situazione irlandese che ha un livello di crediti malati del 21,4% sugli impieghi, pur dopo che il Governo dopo la crisi Lehman aveva provveduto a creare la bad bank dove far confluire gli asset tossici e liberare i bilanci delle banche di Dublino. Tornando all’Italia è proprio il livello sempre molto elevato delle sofferenze e incagli a tenere bassa la profittabilità del sistema. Quei crediti malati sono svalutati trimestre su trimestre e con ricavi frenati da un margine d’interesse che non cresce finiscono per incidere sugli utili. Secondo l’Eba infatti il ritorno sul capitale regolamentare è solo, per la media degli istituti italiani sotto esame, del 5,1% rispetto a un 9,1% della media Ue. È evidente che la metabolizzazione lenta dei prestiti pre-crisi di difficile se non impossibile rientro, continuerà a rappresentare una zavorra per il ritorno a una redditività accettabile. C’è però un timido segnale di inversione, dato che il flusso di nuove sofferenze tra dicembre del 2014 e i dati di giugno 2015 si è contratto dell’8%. Se la ripresa si consoliderà e andrà ad accellerare nel 2016 e 2017 questo aiuterà a veder ridimensionato il fardello dei crediti malati contribuendo così a un incremento del Roe complessivo.

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