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Le banche italiane meglio di tedesche e francesi nel rapporto tra costi e ricavi

Le banche italiane a sorpresa si stanno rivelando più efficienti delle “cugine” francesi e tedesche. Uno studio di Roland Berger, che ha messo sotto osservazione i bilanci dello scorso anno delle 100 maggiori banche europee segnala che, in termini di rapporto tra costi e ricavi, gli istituti nazionali (64,6%) appaiono più virtuosi di quelli tedeschi (67,7%) e francesi (65,5%). Un risultato raggiunto anche grazie all’impegno raggiunto sul fronte dei costi: negli ultimi anni i primi dieci istituti tricolori hanno infatti varato un’intensa opera di razionalizzazione che ha permesso di ridurre le spese del 2,4%, una sforbiciata che è seconda solo a quella degli istituti svizzeri e austriaci.
Efficienza in miglioramento
Non solo. Nel 2012 le banche italiane sono riuscite anche ad aumentare i ricavi, caso pressochè unico in tutta Europa accanto a quello degli istituti nordici. L’income è infatti cresciuto del 2,5%, grazie soprattutto al trading sui titoli di Stato. Il potenziamento delle entrate, insieme alla riduzione delle spese, avrebbe dovuto far balzare i profitti. Invece qua sorgono i problemi. L’utile operativo prima delle tasse degli istituti tricolori è infatti crollato del 49% rispetto all’anno prima, atterrando al 5,8% contro una media europea al 17,5 per cento. Il motivo? L’esplosione delle rettifiche su crediti. Il costo del rischio è infatti salito al 30 per cento, il 9 per cento in più rispetto al resto d’Europa, dal 21 per cento del 2012. Il balzo equivale a una crescita del valore delle rettifiche su crediti del 46 per cento anno su anno. Peggio di noi è andata solo in Spagna e Portogallo, dove chi fa credito ha visto schizzare i crediti ammalorati al 59%. Al contrario, in Francia e in Germania, dove la crisi ha impattato in maniera molto più contenuta, le banche hanno potuto beneficiare di un costo del rischio compreso tra l’8 e il 10 per cento. Con minori accantonamenti da fare, gli istituti locali hanno potuto contare su profitti ben più sostanziosi, superiori al 20 per cento.
Il nodo delle sofferenze
In Italia, in sostanza, il mix derivante dal miglioramento della redditività complessiva grazie al carry trade sui BTp (generato dai prestiti Ltro), da una parte, e la riduzione dei costi, dall’altra, è stato cancellato in un colpo solo dall’impennata degli accantonamenti per crediti non più performanti. E il trend in atto non lascia grandi margini di cambiamento.
Secondo il rapporto Abi di luglio, i “non performing loans” a maggio sono arrivati a 135,5 miliardi al lordo delle svalutazioni, 2,3 miliardi in più del mese precedente e 24,3 miliardi in più rispetto a un anno fa. «Per le banche italiane è difficile andare molto meglio dell’economia reale – spiega Edoardo Demarchi, partner Roland Berger –. Se la situazione, come quella italiana, è critica da un punto di vista della crescita, per gli istituti diventa complicato fare risultato».
Le possibili vie d’uscita
Se è vero che fino ad oggi le banche italiane hanno lavorato sodo «sul fronte dei costi esterni, hanno ridotto le spese discrezionali, razionalizzato i fornitori, frenato i consumi» aggiunge Demarchi, oggi serve un salto di qualità. Una strategia possibile, per il consulente, è quella di agire in maniera più incisiva su ricavi e costi.
Nel primo caso si tratta di «sviluppare l’offerta di nuovi prodotti ad alto valore aggiunto, come quelli assicurativi e previdenziali sfruttando le potenzialità della multicanalità». Sul fronte dei costi, invece, bisogna «lavorare in più direzioni: dalla digitalizzazione dei processi all’ottimizzazione dei crescenti costi di controllo, compliance e auditing».

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