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Le banche frenano la corsa di Piazza Affari

La seconda settimana finanziaria del 2017 comincia con una mini-rotazione dalle azioni verso i bond. Sulle Borse infatti hanno prevalso le prese di beneficio mentre sono tornati gli acquisti sul comparto dei bond governativi, preso di mira da più di un mese complice la revisione al rialzo delle aspettative inflazionistiche.
Reduce da sei rialzi di fila Piazza Affari ha ieri interrotto la serie positiva. Il Ftse Mib è arretrato dell’1,66% conservando comunque il segno “+” da inizio anno con un guadagno dello 0,6%. Meno netta la perdita delle altre Borse europee (-0,49%) che restano allineate a Milano nella performance di questo primissimo scorcio del 2017. Dai minimi del 28 novembre Piazza Affari conserva la palma di migliore Borsa del mondo con un +20% (ma va detto che nei primi 11 mesi del 2016 era stata tra le peggiori con un -24%). Le prese di profitto sono state ampliate dalle vendite sui bancari, protagonisti però di un poderoso recupero nelle ultime settimane. Dai minimi di fine novembre le banche italiane (pur includendo il -3,5% di ieri) hanno recuperato il 31%, molto di più del +12% (al netto del -1,7% di ieri) archiviato dai titoli del credito europei.
Sulle banche italiane va detto che ieri potrebbe aver pesato anche un report di Hsbc che fa il punto sulla decisione che l’agenzia di rating canadese Dbrs dovrà prendere venerdì 13 sul rating italiano, messo sotto revisione (con outlook negativo) lo scorso agosto. In caso di downgrade (Dbrs è l’unica agenzia a mantenere un giudizio dell’Italia al di sopra della tripla B) la Bce potrebbe essere costretta a raddoppiare l’haircut sul valore dei BTp dati in garanzia dalle banche per i prestiti ricevuti da Francoforte. In parole povere, i titoli di Stato (di cui le banche italiane sono piene avendone in portafoglio circa 400 miliardi) dall’oggi al domani varrebbero molto meno come forma di garanzia che le banche usano per chiedere liquidità alla Bce. Quindi la decisione di Dbrs è destinata, nel bene (qualora confermi il rating ad “A-low”) o nel male (qualora lo riduca) a condizionare il premio al rischio dei governativi italiani e, a ruota, dei titoli delle banche italiane.
Sul mercato obbligazionario non ci sono state però cattive avvisaglie. Perché ieri sono tornati gli acquisti sui titoli di Stato con rendimenti calanti un po’ dappertutto. Comprati anche i BTp: i tassi del decennale italiano sono scesi di 7 punti base all’1,9%. In calo anche i rendimenti dei Treasury statunitensi, tornati sotto il 2,4%. In questa fase i bond Usa sono osservati con molta attenzione dagli investitori dato che è opinione condivisa che un eventuale allungo oltre il 2,6% potrebbe essere il segnale – in assenza di nuovi spunti al rialzo sulle aspettative inflazionistiche – di una più importante (rispetto a quella di ieri) rotazione inversa dalle azioni verso le obbligazioni. Al momento i mercati – anche perché condizionati dai bassi volumi post-festivi – vivono una fase laterale. Del resto i multipli suggeriscono cautela su quella Borsa, Wall Street, che resta il faro per il comparto dell’equity. Le azioni americane quotano ai prezzi attuali 17,5 volte gli utili attesi nel 2017 (e questi sono già stati rivisti al rialzo dell’11% rispetto al 2016). Meno care le azioni europee che quotano 14 volte i profitti. Ancor meno quelle dei Paesi emergenti con un rapporto tra prezzo e utili di 12 volte. Tra queste però non bisogna includere il Giappone, le cui azioni al momento prezzano 19,5 volte i profitti stimati per l’anno in corso e sono tra le più care al mondo.
Il premio che gli investitori attribuiscono a Wall Street è dettato dal fatto che gli Usa sono stati i primi (nel 2009) a dettare le danze in politica monetaria (avviando il quantitative easing) e ora sono i primi a farlo in politica fiscale (Trump ha promesso un deficit spending annuo del 6%). Senza considerare che il dollaro è considerato a tutt’oggi la riserva valutaria di ultima istanza (benché sia sganciato dall’oro).
Se l’azionario sembra entrato in una fase laterale, anche il recente scatto del dollaro sembra essere arrivato a un punto importante (dalla vittoria di Trump il dollar index è salito del 5%). Anche ieri l’euro ha continuato a recuperare una parte del terreno perduto nell’ultimo mese riavvicinandosi a quota 1,06. Si amplia però il panel di previsori che ipotizzano un ulteriore rafforzamento del biglietto verde. Secondo Steven Englander di Citigroup se Trump attuerà gli stimoli fiscali promessi – superando i livelli di deficit degli anni ’80 – c’è spazio per un rafforzamento del dollaro fino a 90 centesimi per un euro.
Protagonista dell’ultima seduta al Forex però è stata la sterlina, finita di nuovo sotto pressione, scendendo ai minimi da ottobre sul dollaro e da due mesi sull’euro. I commenti del weekend del premier britannico, Theresa May, sulla Brexit secondo cui le trattative con la Ue «non saranno mirate a mantenere alcun legame» con l’Unione, hanno spinto gli investitori a dedurre che ci sarà una “hard Brexit”.

Vito Lops

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