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Le banche europee pagano il conto-Brexit

Al venerdì nero fa seguito un lunedì da dimenticare sui mercati finanziari. La giornata era partita bene (con Piazza Affari arrivata a guadagnare oltre 1,5 punti percentuali nella prima ora) ma poi ha preso una brutta piega.
A fine seduta il Ftse Mib ha ceduto il 3,94% vicino a perdere la soglia di 15mila punti. Da inizio anno l’indice principale del listino milanese è arretrato del 29,5%, il peggior andamento mondiale. Vendite generalizzate anche sugli altri listini europei che hanno accusato un passivo del 3,5% portando il bilancio da inizio anno a -16%.
Il comune denominatore sono le vendite sul comparto bancario europeo che sta catalizzando, più di tutti gli altri comparti pur pesantemente venduti, i potenziali rischi derivanti dalla vittoria del fronte Brexit nel referendum britannico del 23 giugno.
Le banche italiane ieri hanno ceduto in media il 9% con ribassi a doppia cifra di quasi tutti i titoli (da quelli considerati più solidi a quelli che necessitano di nuove iniezioni di capitali). Nelle ultime due sedute il passivo sale al 29%, da inizio anno siamo a -56%. L’indice è scivolato sui minimi da 4 anni, sugli stessi livelli della tormentata estate del 2012, poi acquietata dal «whatever it takes» annunciato dal governatore della Bce, Mario Draghi, nel mese di luglio. Non se la passano meglio le banche europee (ieri -7%, dal Brexit -21% e da inizio anno -35%). Un bagno di sangue che in parte ha contagiato anche le banche statunitensi, fortemente vendute nelle ultime due sedute. Goldman Sachs ieri ha ceduto oltre 2 punti toccando i minimi da tre anni. Citigroup – che venerdì aveva perso il 10% – ieri ha perso il 3%, come Jp Morgan.
Ma come mai il settore bancario europeo, fatta eccezione per la sterlina che in due sedute ha perso il 10% sul dollaro, è quello che sta soffrendo di più l’imprevedibilità che si è aperta dal punto visto politico ed economico dopo che si è rotto il vaso di Pandora del Brexit?
Secondo gli analisti di Icpbpi «l’impatto particolarmente violento sulle quotazioni delle banche, anche di quelle patrimonialmente più solide, va ricondotto ai timori di una spirale che potrebbe colpire di nuovo gli spread sui debiti pubblici e, per questa via, i capital ratios, in una fase in cui diventerebbe più oneroso raccogliere nuovi capitali».
I mercati in sostanza – non avendo ricevuto forti risposte politiche nel week end e neppure ieri dal vertice tra Renzi, Merkel e Hollande – iniziano in parte a prezzare un eventuale effetto domino tra i Paesi europei scatenato dall’avanzata dei partiti contrari all’attuale assetto di Ue e area euro. Ma a differenza del 2011-2012 – quando il debito pubblico dei Paesi considerati più fragili era facilmente attaccabile perché tecnicamente sprovvisto della protezione della Bce- adesso per gli investitori è più complicato “attaccare” i titoli di Stato, in ragione dei vari meccanismi (dallo scudo anti-spread al quantitative easing) messi in piedi dalla Bce negli ultimi quattro anni. Quindi il settore bancario europeo risulta il più esposto sia a un potenziale contagio del Brexit che a una revisione al ribasso delle stime di crescita che la nuova tempesta finanziaria potrebbe comportare.
Senza dimenticare poi eventuali nuove manovre espansive a cui potrebbero essere “costrette” le banche centrali (dalla Bank of England alla Bce) per tranquillizzare gli investitori; queste da un lato darebbero un sostegno importante ai mercati, dall’altro finirebbero – agendo sul fronte tassi – per comprimere ulteriormente i margini dell’attività creditizia, già messi a dura prova dai tassi attuali bassi o sottozero.
Ecco perché il settore bancario europeo – già provato dal nodo dei crediti deteriorati pari a circa 1.000 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil europeo – in questo momento è sotto pressione. Perché è ciclico (quindi in caso di ritorno della recessione o di contrazione della crescita soffrirebbe); è quello più direttamente esposto a un attacco sovrano (considerato che gli speculatori non amano mettersi contro le banche centrali che in questo momento “proteggono” i titoli governativi); ed è quello più esposto alle politiche espansive delle banche centrali (che si ripercuotono sugli utili delle banche). Ed ecco perché il Ftse Mib – che rispetto agli altri indici europei è quello più bancocentrico – è il listino che sta soffrendo di più questa fase di alta volatilità, balzata del 41% (indice Vix) nelle ultime due sedute. In attese di risposte politiche (come un passo indietro della Germania sul surplus) che al momento latitano.

Vito Lops

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