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Le banche europee fanno 20 miliardi di utili l’anno nei paradisi fiscali

Le banche europee sembrano non voler rinunciare a un posticino in paradiso. Quello fiscale, ovviamente. Secondo uno studio pubblicato ieri da Eu Tax Observatory, un laboratorio di ricerca indipendente finanziato dall’Ecole d’economie di Parigi e dalla Commissione europea, i 36 maggiori istituti di credito europei producono ogni anno in media 20 miliardi di euro di profitti proprio nei paradisi fiscali. O meglio: nei «rifugi» fiscali. Insomma: nei Paesi con fiscalità super-agevolata, anche se non inclusi nelle blacklist e non ufficialmente indicabili come paradisi. Cifra che corrisponde al 14% del totale utili. Percentuale che resta stabile da anni, nonostante gli sforzi dei Governi. Percentuale, però, che varia da banca a banca: alcune non fanno un euro di utili in quei Paesi, altre superano il 50%.

Così (sebbene alcuni istituti contestino l’interpretazione dei dati) la Eu Tax Observatory alla fine del report lancia un messaggio netto: «Le banche europee non hanno ridotto l’utilizzo dei rifugi fiscali dal 2014 al 2020 – scrivono i ricercatori Giulia Aliprandi, Mona Barake e Paul-Emmanuel Chouc -. Iniziative più ambiziose sarebbero auspicabili, a partire dalla tassa minima globale del 25%». Basta un numero per capire: l’introduzione di una tassa di questo tipo permetterebbe ai Paesi europei – secondo lo studio – di aumentare il gettito di 10 miliardi annui.

Banche in paradiso

La ricerca punta ad analizzare la porzione di profitti che le banche europee realizzano nei Paesi a fiscalità agevolata. In questa definizione – secondo la ricerca – rientrano 17 Stati (come le Cayman e le Bermuda ma anche l’Irlanda e Hong Kong), che hanno due caratteristiche: una tassazione inferiore al 15% ed elevati utili per dipendente. Non si tratta dunque in tutti i casi di veri e propri paradisi fiscali, quelli ufficialmente riconosciuti come tali e inseriti nelle blacklist di Unione europea, Ocse o Fmi. Infatti la ricerca li chiama «tax havens» (rifugi fiscali) e non «tax heavens» (paradisi appunto).

A prescindere dalle definizioni, dai dati emerge che le 36 banche realizzano in media il 65% dei profitti fuori dai confini nazionali. E il 14%, come detto, lo producono nei “paradisi” fiscali. Ma l’aspetto più interessante è proprio che gli utili per dipendente sono molto più elevati nei Paesi a fiscalità agevolata (238mila euro) che altrove (65mila euro in media). «Questo – si legge nella ricerca – suggerisce che i profitti registrati nei rifugi fiscali siano in realtà in gran parte prodotti in altri Paesi dove i servizi sono stati effettivamente offerti».

Le reazioni

Ma alcune banche incluse nella ricerca (tra cui le italiane Intesa e Mps) non si riconoscono nei dati. Mps (che secondo la ricerca fa il 49,8% dei profitti pre-tasse nei paradisi fiscali) commenta in maniera netta: «La ricerca non rappresenta correttamente la realtà di Mps in quanto basata su informazioni incomplete». La banca rileva che il dato è falsato dal burden sharing nel 2017 di strumenti subordinati quotati in Lussemburgo. Gli autori dello studio sono già in contatto con l’istituto senese, per capire se si tratti effettivamente di un’interpretazione errata.

A prescindere dal caso Mps, altre banche contestano i risultati dello studio. Per esempio Intesa Sanpaolo, che risulta fare il 24,6% dei profitti nei Paesi a fiscaltà agevolata con un aumento del 12,2% rispetto al periodo 2014-2016. Due i motivi. Da un lato – fanno sapere dall’istituto milanese – «la metodologia utilizzata, considerando anche l’articolazione dei dati pubblici, produce distorsioni sul risultato dell’effective tax rate». Dall’altro Intesa contesta il fatto che tra i paradisi fiscali la ricerca consideri Paesi dell’Eurozona come il Lussemburgo e l’Irlanda, mesi «allo stesso livello per esempio di Panama». Stessa contestazione arriva da Deutsche Bank, che riferisce di essere presente in circa 60 Paesi, «nessuno dei quali è nella lista Ue dei paradisi fiscali». Idem per HSBC, banca che secondo lo studio fa il 62,3% dei profitti nei paradisi. Il portavoce – contattato da Bloomberg – sottolinea che il motivo è legato al fatto che HSBC è la prima banca di Hong Kong, inclusa dallo studio nella lista dei paradisi fiscali.

Il punto è che i ricercatori – contattati – individuano come «rifugi» fiscali Paesi con certe caratteristiche: tasse sotto il 15% e elevati utili per dipendente. Possono essere opinabili, certo. Lo studio può aver giocato sulle parole «haven» (rifugio) e «heaven» (paradiso). Vero. Ma le caratteristiche di questi Paesi sono ben definite.

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