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Le banche estere premono sull’Italia

Che non sia più il tempo del fai da te e che la gestione dei grandi patrimoni sia più orientata a conservare che ad accumulare ormai è chiaro. Ma anche il private banking vuole cambiare. Lo dimostra il caso Generali, il colosso assicurativo triestino, che sembra intenzionato a cedere Bsi, un nome di riferimento tra le private bank svizzere con quasi 80 miliardi di franchi di patrimonio in gestione. «È il segnale che l’Italia è pronta ad adeguarsi a quel processo di concentrazione nel private banking che nei prossimi anni riguarderà tutto il mondo» spiega Fabrizio Greco, direttore generale di Ersel.

Colpa dei margini sempre più ristretti causati da una sempre minore generazione globale di ricchezza. Risultato: Generali decide di concentrarsi sul core business assicurativo e lascia perdere gioielli costosi, ma oggi non più strategici, come il private banking. Intanto le banche cambiano, sia quelle retail che quelle dotate di strutture «private». Uberto Barigozzi di Libra Fiduciaria, esperto nella gestione stile multi family office, spiega: «In questo momento tutte le banche cercano di attirare il cliente con rendimenti allettanti, con conti correnti vincolati che garantiscono remunerazione elevata, tipo tassi del 4% con vincoli a sei mesi o due anni». Unicredit, ad esempio, propone conti correnti vincolati a due anni al 4,5%, CheBanca fa l’offerta al 4%. Tutto purché il cliente resti lì.

Perché la tentazione di andare all’estero è tanta. Secondo l’Aipb, l’associazione italiana del private banking, il cluster delle banche estere, concentrato sull’amministrazione di fondi, dal 2011 punta sulla gestione, l’anno scorso in rialzo del 25,6%, come mostra la tabella in pagina. Nel frattempo è calata la raccolta presso la banche nazionali, anche perché la clientela private, come sostiene l’Aipb, «è composta in gran parte di imprenditori che, stante la crisi e la difficoltà nell’ottenere credito, hanno smobilizzato parte del loro patrimonio». «Non è un caso il rinnovato successo delle sicav di diritto lussemburghese. Detenere gli asset in banche estere dà più sicurezza», spiega Paolo Martini, responsabile wealth management di Azimut. Fino al 2007, prima della crisi, al massimo si diversificava sul dollaro «ma si restava in Italia» perché gli operatori nazionali conoscevano meglio il Paese e i clienti temevano andando all’estero di confrontarsi con realtà che non conoscevano. Oggi è meglio avere un approccio internazionale «perché è rischioso concentrare tutto in un solo Paese». Non a caso un colosso come Azimut (18 miliardi di euro di asset in gestione, cresciuti di 750 milioni da inizio 2012) ha lanciato da un anno o poco più prodotti come l’AZ Fund Renminbi Opportunities, il primo fondo Ucits europeo a puntare sulla valuta cinese, investito in depositi bancari, bond governativi e societari in renminbi a breve scadenza. «Abbiamo lanciato prodotti che permettono di investire in 20 valute che non sono l’euro perché i clienti vogliono starne fuori o ridurlo al minimo. Sono preoccupati che possa succedere qualcosa. Avere tutto in euro oggi non è una scelta ottimale», dice Martini. Ma non è che alla fine renderà di più andare controcorrente restando nell’ambito dell’Eurozona? «Ci sentiamo di consigliare l’investimento sui mercati europei che, d’altronde, trattano a sconto in una misura che non si vedeva da anni», spiega Tommaso Corcos, amministratore delegato di Fideuram Investimenti. «L’importante è avere pazienza, non pensare che i ritorni si vedranno nell’immediato. Stiamo attraversando un processo di aggiustamento che renderà i mercati Ue più competitivi. Si sa che l’area euro, già oggi ha conti migliori rispetto agli Usa o all’Inghilterra». In questo momento parlare di strategie a confronto è difficile: tutti sono d’accordo. Il mantra è diversificare spiega Corcos. «Diversificare sia sull’azionario, e il concetto è ben recepito, che sull’obbligazionario. E qui c’è qualche difficoltà, visto che sull’obbligazionario c’è sempre una maggior concentrazione da parte della clientela che ha una forte preferenza verso quello domestico». In generale, secondo Corcos, «vanno bene i titoli di Stato dell’Eurozona ma è corretto diversificare anche su altri mercati obbligazionari: l’area americana, ad esempio, per beneficiare dell’esposizione al dollaro o i Paesi emergenti, almeno quelli che hanno situazioni debitorie che rispettano i parametri di Maastricht». Bene anche i bond societari «perché le aziende hanno bilanci in ordine e, per migliorare la diversificazione, meglio investire su obbligazioni di aziende internazionali». Niente azionario per Luca Caramaschi, responsabile Pwm di Deutsche Bank in Italia «perché non si riesce a seguire in questo momento» e molto obbligazionario (60%-70%) con scadenze brevi 2014-2015 massimo 2017 (e piccola percentuale al 2020-2021). L’obbligazionario va diviso in 20% governativo (di cui 7%-8% Italia) e 20% corporate (con pochissimi finanziari). Il resto è fondi absolute return e alternativi (20%) e obbligazioni di paesi emergenti: l’Asia, per esempio, pesa in portafoglio «perché è meno indebitata ed è decisamente superiore alla media soprattutto nelle obbligazioni corporate». Poco presenti, come si vede, gli alternativi come gli hedge fund, che in Italia hanno perso appeal dopo il 2008, anche perché non è stata mai abbassata la soglia d’entrata dei 500 mila euro. Chi può permetterseli, in questo momento, sono solo quelli che hanno patrimoni sopra i 10 milioni di euro. E sono pochi.

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